Il presidente "liberato"

Forse capita a tutti i presidenti che si fregiano del secondo mandato. Si sentono più liberi, meno condizionati da calcoli o da considerazioni di opportunità politica

Il presidente "liberato"

Forse capita a tutti i presidenti che si fregiano del secondo mandato. Si sentono più liberi, meno condizionati da calcoli o da considerazioni di opportunità politica. Giorgio Napolitano nel suo discorso di giuramento «bis» sferzò i partiti e il Parlamento: incapaci di decidere. Sergio Mattarella, invece, ha messo sotto i riflettori un argomento ancor più delicato, il tema della giustizia, colmando un vuoto rispetto al suo precedente settennato, nel quale si era tenuto a debita distanza dal tema malgrado la magistratura, nel suo annus horribilis, fosse precipitata nel gradimento dell'opinione pubblica. Anzi, per essere più incalzante il capo dello Stato ha guardato lo sfacelo giudiziario dalla parte dei cittadini. Tant'è che ha affrontato l'argomento con parole dal tono misurato ma dure nella sostanza.

Senza tralasciare alcuno dei limiti del nostro sistema, che va profondamente riformato a cominciare dal Csm, l'organo di autogoverno della magistratura, dove la fanno da padrone i colori di appartenenza, le relazioni con la politica, insomma, tutto, meno i principi. E il risultato di questo stato di cose è che il cittadino ha perso la fiducia nelle toghe, non crede più alla possibilità di avere diritto ad un processo equo e giusto: «Questo sentimento - ha ammesso il presidente - è fortemente indebolito e va ritrovato con urgenza». Espressioni forti che investono direttamente il rapporto tra giudice e comunità, tra pm e società civile. Un rapporto in crisi. Incrinato al punto da spingere Mattarella a dire che i cittadini «neppure devono avvertire timore per il rischio di decisioni arbitrarie e imprevedibili che, in contrasto con la doverosa certezza del diritto, incidono sulla vita delle persone».

Appunto, il cittadino non si fida. E Mattarella si è fatto interprete di questa atmosfera che circonda la magistratura, dell'aria che tira mentre i referendum incombono.

E, magari, il suo intervento duro di ieri è anche un consiglio alle toghe a muoversi, ad autoriformarsi, a non ostacolare le riforme, per evitare che siano travolte dal giudizio popolare.

Resta, però, un punto interrogativo, una domanda senza risposta: c'è da chiedersi perché il capo dello Stato non l'abbia fatto prima. Perché anche lui in questi sette anni non abbia sentito il dovere di bloccare una deriva che ha portato al caso Palamara, alle toghe finite sul banco degli imputati, al tramonto fra l'imbarazzo generale dei mostri sacri di Mani pulite. All'avverarsi, di fatto, della profezia di Bettino Craxi: «Alla fine i magistrati si arresteranno tra di loro».

Ma questo è un altro discorso che investe il tema della viltà della politica, della sua impotenza, della sua incapacità in trent'anni di riprendersi il ruolo che le spetta nell'equilibrio tra i poteri. Comunque, lo dico con rispetto e simpatia, dopo sette anni di afonia a Mattarella è tornata finalmente la voce, ha assunto quel ruolo di stimolo che compete al capo dello Stato nei confronti sia del Parlamento, sia della magistratura. Speriamo, e confidiamo, che adesso arrivino pure i fatti.

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