Il prezzo della scissione

Tutti i leader, i ministri e perfino gli elettori erano consapevoli fin dal principio che il governo Draghi avesse una data di scadenza.

Il prezzo della scissione

Se nessuno è tanto irragionevole da pensare che un vasetto di yogurt possa durare decenni come una bottiglia di whisky, così tutti i leader, i ministri e perfino gli elettori erano consapevoli fin dal principio che il governo Draghi avesse una data di scadenza entro la quale andasse «consumato». Naturale, sano e anche giusto così per la democrazia. Qualche mese di convivenza forzata e rospi ingoiati - dal catasto al green pass, ognuno il suo - per traghettare l'Italia fuori dall'emergenza Covid e non perdere i soldi del Pnrr. Poi liberi tutti verso le elezioni, magari con il vento in poppa della ripresa economica da intestarsi. Questo era il piano dei partiti. Il fatto che lo yogurt Draghi si sia rivelato a lunga conservazione, però, non era previsto. Anzi, a giudicare dalla cruenta implosione dei 5 Stelle sull'invio di armi a Kiev e dalle più attutite ma ugualmente sinistre crepe nella Lega (e in Forza Italia), pare che lo yogurt abbia fatto impazzire la maionese della politica. E che il golem delle larghe intese sia sfuggito ai suoi creatori.

Quel che sta accadendo - con il seme della scissione che già covava e ora attecchisce - non è un fulmine a ciel sereno. L'Italia non è la Germania patria della Große Koalition: qui una cooperazione tra forze nemiche può essere sostenuta solo per un periodo limitato, perché elettoralmente rischiosa. Soprattutto per i movimenti «addominali» vicini a quella pancia del Paese che ai sacrifici costruttivi preferisce le guerre sante di distruzione dell'avversario. Così, gli ormai 17 mesi passati a mettere la faccia su battaglie altrui hanno messo a dura prova la tenuta di grillini e leghisti, spingendoli al limite ed esacerbando le lotte interne per la leadership.

Questo meccanismo, per cui si parte dalle larghe intese globali e si arriva alle profonde discordie particolari, ha un precedente. Al governo Monti bastarono infatti tredici mesi a cavallo tra il 2011 e il 2012 per generare un grappolo di scismi e squassare gli equilibri, con la nascita di quella chimera di ottimati centristi incompresi che fu Scelta Civica. Allora, i fuoriusciti di sinistra e destra inseguivano il sogno di capitalizzare quell'esperienza in consenso moderato. Li muoveva un mistico innamoramento del Prof salvatore dei conti pubblici. Stavolta, anche se l'utopia del grande centro è simile, le cose sono più complesse.

Già, perché il governo Draghi non è tecnico, bensì politico. E lo stesso premier, che non imita certo Monti, ha scelto con intelligenza i rappresentanti dei partiti in maggioranza: da Di Maio a Giorgetti, da Garavaglia a Patuanelli, si è circondato di personalità a lui affini. Sono loro, il corpo d'élite dei governisti mandati dai partiti a «indirizzare» l'esecutivo e finiti a sostenerlo anche in direzione ostinata e contraria ai rispettivi leader, a incarnare oggi lo spettro scissione. Sono loro, i volti di una scelta politica che è costata un calo di consensi e della quale Salvini e Conte si sono pentiti, ad essere rimasti con il cerino in mano. Giorgetti per ora sembra uscirne quasi rafforzato e con solo qualche scottatura. Ma dal cerino di Di Maio, che ieri ha duramente accusato i vertici M5s di «odio» contro di lui, rischia di scaturire un incendio letale per tutto il centrosinistra.

Perché paradossalmente la frattura tra lui e Conte è una bomba sul Pd, il partito che più di tutti finora ha beneficiato del draghismo pur avendolo osteggiato al principio con Zingaretti. Se davvero le strade di Conte e Di Maio dovessero separarsi, Letta dovrebbe decidere quale stella seguire: quella filorussa dell'ex premier o quella atlantica di Di Maio, più digeribile anche a Calenda & Renzi in ottica di un'alleanza ampia? Ecco che il cerino in mano se lo trova Letta. Ed ecco perché dai semi delle scissioni di oggi sembrano già spuntare le gemme di quelle di domani.

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