Quando la chiesa condannò Emanuele Severino, più ateo degli eretici

Le pubblicazioni del filosofo, che per qualche anno insegnò all'università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, entrarono in pesante contrasto con la dottrina cattolica. Così fu allontanato dall'ateneo

Si è spento il 17 gennaio, all'età di 90 anni. E ha disposto di far sapere a tutti della sua morte, solo tre giorni dopo le esequie. E così, Emanuele Severino, accademico, compositore e tra i più importanti filosofi italiani contemporanei se ne è andato, lasciando più di un segno. Il celebre studioso, che si era ammalato sei mesi fa, aveva disposto il silenzio sul suo decesso. E così è stato. Nella sua formazione personale, la filosofia aveva rappresentato il suo faro, facendolo scontrare in più di un'occasione con la Chiesa cattolica.

Il primo scontro con la Chiesa

Nel 1951, Severino ottenne la libera docenza in filosofia teoretica e da lì iniziò la sua carriera di docente. Dal 1954 al 1969 insegnò filosofia all'università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Tuttavia, i libri pubblicati da Severino, in quegli anni, entrarono in forte conflitto con la dottrina ufficiale della Chiesa, suscitando diverse polemiche all'interno dell'ateneo dove, all'epoca, lo studioso insegnava. Nel 1969, dopo un lungo e accurato esame, la Chiesa proclamò ufficialmente l'insanabile opposizione tra il suo pensiero e il cristianesimo.

Severino contro la Chiesa

Come riportato da Adnkronos, Il filosofo bresciano aveva negato, di fatto, la visione salvifica della Chiesa, elemento inaccettabile per l'Università Cattolica. Nel 1970, in modo del tutto plateale, dopo un processo dall'ex Sant'Uffizio, che proclamò ufficialmente l'insanabile opposizione tra pensiero di Severino e il cristianesimo, il filosofo fu cacciato dall'ateneo. Da quel momento, radicalizzando le sue posizioni nichiliste, aveva sostenuto l'impossibilità di dirsi cristiano.

La contraddizione in Cattolica

Mentre era ancora docente dell'università Cattolica, uscì "Studi di filosofia della prassi", in cui si dice che la fede è contraddizione, perché assume come incontrovertibile ciò che non si presenta come tale. "Dopo aver scritto 'Studi di filosofia della prassi', incominciai a rendermi conto che la mia presenza all'università Cattolica era precaria", aveva scritto nel libro autobiografico "Il mio scontro con la Chiesa". Poi, con la pubblicazione di "Ritornare a Parmenide" e del relativo "Poscritto", la sua posizione nei confronti in università Cattolica si fece ancora più critica: "Come potevo insegnare in un'Università libera e privata affermando che il cristianesimo è parte dell'alienazione essenziale dell'Occidente?".

Il paragone con Galilei

Nel 1970 entrò nel Palazzo del Sant'Uffizio, a Roma, per discutere con gli esperti incaricati di esaminare i suoi scritti. "La procedura adottata dalla Chiesa nei miei riguardi era la medesima di quella che essa aveva riservato a Galilei nel 1633. Per quanto ne sappia, da molto tempo la Chiesa non aveva adottato quelle procedure e, in seguito, non sarebbe più accaduto. Mi incuriosiva e un po' mi lusingava trovarmi nelle stesse sale dove quel grande uomo aveva vissuto ben altro. Ma il rapporto tra il destino della verità e la fede è essenzialmente più radicale del rapporto tra il sistema copernicano e anzi tra la scienza moderna e la fede", aveva scritto ne "Il mio ricordo degli eterni".

Più ateo degli eretici

Il responso, incluso negli Acta Apostolica, dichiarò l'incompatibilità della filosofia di Severino con la dottrina cattolica. Il filosofo Cornelio Fabro, ex definitore del Sant'Uffizio, scrisse che Severino "critica alla radice la concezione della trascendenza di Dio e i capisaldi del cristianesimo come forse nessun ateismo ed eresia hanno mai fatto".

Il pensiero di Severino

Severino, famoso soprattutto per i suoi studi sull'ontologia, sostenne che la storia dell'Occidente è storia del nichilismo, giacché tutte le forme della cultura occidentale parificherebbero l'Essere al niente, negherebbero l'essere e, con l'essere, anche la ricerca della verità. Per uscire dal nichilismo e salvare l'Occidente, bisognerebbe tornare alla concezione dei presocratici, precisamente di Parmenide, che affermava che "l'essere è e non può non essere".

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