Il trono dei Savoia alle donne fa litigare i monarchici d'Italia

Q uando nel 1740 Maria Teresa d'Asburgo salì al trono in virtù della Prammatica Sanzione promulgata dal padre, Carlo VI, scoppiò la Guerra di successione austriaca che coinvolse quasi tutte le potenze europee e si concluse solo otto anni dopo con la pace di Aquisgrana. Con il suo editto l'imperatore si era preoccupato, non avendo al momento figli maschi, di garantire l'indivisibilità del regno e aprire la strada per il trono alla discendenza femminile: veniva così abbandonata la cosiddetta Legge Salica che, nella monarchia asburgica come in altre monarchie a cominciare da quella francese, aveva regolato la successione al trono escludendo le donne.

Naturalmente, l'annuncio di Vittorio Emanuele e di Emanuele Filiberto che anche la Casata dei Savoia ha deciso di abbandonare la Legge Salica non provocherà nessuna guerra non solo perché i tempi sono cambiati e perché questa decisione non ha alcuna valenza politica concreta a livello internazionale ma anche perché la questione della successione dinastica è puramente accademica per un Paese a regime repubblicano. Tuttavia è presumibile un siffatto annuncio finirà per scatenare polemiche infinite nel piccolo mondo dei monarchici italiani tra i sostenitori di Vittorio Emanuele e di Emanuele Filiberto da una parte e quelli degli Aosta dall'altra parte. È evidente, infatti, che la decisione di abbandonare la Legge Salica mira a escludere da una eventuale successione proprio gli Aosta. E ciò, anche se le motivazioni addotte per questa scelta sono di tutt'altra natura. Esse fanno riferimento sia alla necessità di non operare discriminazioni di genere in una società come l'attuale dove la parità fra uomo e donna è un valore riconosciuto sia alla opportunità di modernizzare le regole di successione al trono come già hanno fatto gran parte delle Case reali europee. Del resto da parte degli «aostani» si è subito fatto osservare che la Legge Salica sarebbe immodificabile almeno «sino alla restaurazione della monarchia costituzionale».

La Legge Salica che, come diceva Montesquieu, tantissimi citano ma pochissimi conoscono era in realtà una specie di codice degli antichi Franchi Salii fatto redigere da Clodoveo I nel quale erano contenute le disposizioni più varie in merito, per esempio, a uccisioni, delitti, possesso di terre e di animali. E tra tutte queste norme ve n'erano anche di relative alla successione. In particolare si stabiliva che le donne non potevano ereditare la terra: una disposizione, questa, che, a partire dal XIV secolo, cominciò a essere utilizzata per estensione come argomento per escluderle dal trono. E non è un caso che gran parte della storia europea moderna, soprattutto in Francia, abbia avuto a che fare con dispute dinastiche e lotte di successione che si appellavano a quell'antica legge.

In Italia la Legge Salica, già recepita dalle Regie Patenti regolanti la Casa di Savoia (1781-1783), trovò la sua consacrazione giuridica nello Statuto, voluto da Carlo Alberto nel 1848 e divenuto poi carta costituzionale del Regno d'Italia, laddove, all'articolo secondo, recita: «Lo Stato è retto da un governo monarchico rappresentativo. Il trono è ereditario secondo la legge salica». Ovviamente lo Statuto Albertino non è più in vigore essendo stato sostituito, nel regime repubblicano, dalla nuova carta costituzionale. Ma questo fatto è inessenziale: la Legge Salica, essendo una legge dinastica che regola la vita di una dinastia e non già una legge dello Stato, appare modificabile motu proprio dal capo della dinastia stessa. E, per inciso, val la pena di rammentare che, qualche tempo fa, anche Carlo di Borbone delle Due Sicilie, ha annunciato la modifica delle regole di successione della casata per renderle compatibili con l'ordinamento internazionale ed europeo che vieta discriminazioni di genere. Naturalmente senza che tutto ciò possa avere effetti rilevanti. Se non quelli di alimentare una accademica e patetica «guerra civile» tra monarchici senza regno.