Scuola, suor Anna Monia Alfieri: "Si apre una nuova fase"

La scuola è un tema particolarmente importante per la ripresa dell'Italia dopo la crisi santiaria ed economica

Scuola, suor Anna Monia Alfieri: "Si apre una nuova fase"

Sr Anna Monia Alfieri, con una laurea in Giurisprudenza e una in Economia, un Magistero in Telogia e, perché no, un Ambrogino d’oro a dicembre 2020, da anni dedica le proprie energie fisiche e intellettuali affinchè in Italia si vada oltre il pregiudizio, puramente ideologico, contro le scuole paritarie, un pregiudizio che, a suo avviso, in realtà maschera un reale attacco ai diritti dei genitori, dei docenti, dei più poveri, perpetuando ai loro danni una discriminazione economica senza precedenti. Sr Anna Monia parla in modo libero, perché forte di un pensiero fondato in punta di diritto e di economia. Ha sfidato la strumentalizzazione, restando liberamente schierata con gli studenti, i genitori e i docenti, dialogando con tutte le forze politiche che le riconoscono quella dose di autorevolezza che ancora una volta conferma che un alto senso civico muove sempre le coscienze e le scelte che avvengono nel Palazzo. Il Giornale, che da anni la ospita, ha deciso di intervistarla.

Cosa chiederebbe al prof. Draghi?

Fra le priorità ci dovrebbe essere certamente quella che il dott. Draghi ha già evidenziato, lo scorso agosto, intervenendo al Meeting di Rimini. Occorre ripartire dalla scuola e investire nei giovani, creando le premesse per una Italia che ritorna ad essere protagonista in Europa e nel mondo.

Riporto testualmente le parole che il prof. Draghi disse in quella occasione: esse hanno un significato profondo e di alto valore civile. «I sussidi servono a sopravvivere, a ripartire. Ai giovani bisogna però dare di più: i sussidi finiranno e, se non si è fatto niente, resterà la mancanza di una qualificazione professionale, che potrà sacrificare la loro libertà di scelta e il loro reddito futuri. La società nel suo complesso non può accettare un mondo senza speranza; ma deve, raccolte tutte le proprie energie, e ritrovato un comune sentire, cercare la strada della ricostruzione».

Il Paese, dunque, riparte se riparte la Scuola ma il sistema scolastico deve necessariamente essere cambiato. È pertanto necessario che si intervenga creando le condizioni affinchè una reale autonomia organizzativa sia assicurata alle scuole statali, perché siano in grado di vincere la sfida educativa e didattica che il covid ha lanciato, e affinchè una effettiva libertà sia garantita alle scuole paritarie, il tutto rivedendo le linee di finanziamento del sistema scolastico italiano attraverso l’introduzione dei costi standard di sostenibilità da declinare in convenzioni, voucher, buono scuola, deduzione. La fase 2 del Covid19 ha reso evidente che la scuola statale, che costa 8.500,00 euro, non è riuscita a ripartire per tutti, mentre le scuole paritarie sopravvissute alla pandemia, con rette da 3.800 euro per l’infanzia sino ai 5.000 euro per il liceo, sono ripartite.

D’altronde già nel 2007 il prof. Draghi evidenziava che «per cambiare la scuola ci si deve muovere dalla constatazione di circoli viziosi che penalizzano i docenti e la scuola. Non è la carenza di risorse per studente destinate all’istruzione ben superiori in Italia rispetto alla media Europea». Questo ci rende fiduciosi che il percorso di rivisitazione delle linee di finanziamento trovi compimento.

Per contribuire a riparare i danni economici e sociali causati dalla pandemia, i leader dell'UE hanno concordato un piano di ripresa che aiuterà gli Stati ad uscire dalla crisi e getterà le basi per un'Europa più sostenibile e più moderna. Quali sono le sue proposte?

Occorre una riforma sistemica e di sistema ai capitoli SCUOLA, LAVORO, SANITA’. Affinchè ciò avvenga realmente, occorre puntare su un Welfare sociale.

Lo Stato, in linea generale e ancor più ora con il Next Generation UE (cd Recovery Plan), dovrebbe destinare risorse per chi senza Welfare non avrebbe alcuna tutela, cioè per chi non è tutelato in modo continuativo - pensiamo ai disabili – o per chi non lo è in questi mesi - pensiamo ai nuovi poveri che le 300 mila imprese in meno hanno generato, ai 200 mila autonomi con partita iva che non ce l’hanno fatta, al 7% dei dipendenti che aspetta la cassa integrazione…

Solo cosi lo Stato torna alle ragioni della propria esistenza e recupera le funzioni prioritarie ed essenziali che gli competono, ristabilendo quel rapporto fiduciario fra i cittadini e le Istituzioni che si è deteriorato lungo questi mesi.

Quindi oggi serve certamente un Welfare sociale per uscire dalla pandemia economica. Un welfare sociale capace di coniugare sopravvivenza e libertà. Un welfare che non si esprima solo con l’erogazione diretta del servizio, ma che permetta ai cittadini, attraverso un voucher, o un bonus, o un portfolio, di spenderlo nei servizi che desiderano, erogati da soggetti differenti.

Lo Stato ha la funzione di garante, non di gestore: ciò che avviene da decenni nella scuola è la dimostrazione concreta, persino lapalissiana, del ruolo regolatore che lo Stato deve ritornare a ricoprire. Lo Stato non deve erogare se non i servizi essenziali, ma poi deve restituire cash ai contribuenti, da spendere nella scuola, nella sanità, nella comunicazione, nei trasporti, nell’imprenditoria, sapientemente innescando quel processo di concorrenza sana che innalza il livello della qualità e che permette di spendere – e di produrre - meglio.

Quindi, in estrema sintesi, l’investimento del Recovery Plan - deve avere il criterio della redistribuzione dei fondi in modo generativo, progettuale, prevedibile rispetto alle azioni del governo. E difatti la gente avverte maggiormente il senso di precarietà per via dell’incertezza, di una mancanza di prospettiva che faccia intravedere l’accensione del motore Italia, non solo la sua pulitura superficiale.

È necessario che il Welfare ritorni ad avere poche regole chiare e prevedibili in punta di diritto e di economia, che garantisca i servizi essenziali, ristabilendo un corretto rapporto tra Stato e Privato, dove quest’ultimo è incoraggiato dal primo a produrre, a creare quella ricchezza che, a sua volta, lo Stato saprà far diventare equamente nuovo motore e nuovo stimolo di vita per il singolo e per la società. Solo in questo senso sarà… Equa l’Italia.

Sta per scadere questa legislatura: quale occasione il Parlamento non dovrebbe lasciarsi scappare?

La risposta è semplice: riscoprire e custodire il valore indiscusso del Parlamento. Dalle emergenze si esce solo ripercorrendo le vie della democrazia, proprio come, lungo questi mesi, in svariate occasioni pubbliche, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e la seconda carica dello Stato, la Presidente Maria Elisabetta Alberti Casellati, ci hanno ripetutamente ricordato. E la via della democrazia passa attraverso il Parlamento.

La fallimentare gestione del Covid è conseguenza di uno scarso utilizzo delle aule del Parlamento che, agendo per DPCM, quindi per imposizione, ha deresponsabilizzato i cittadini che si sono sentiti esclusi.

Pertanto, l’appello accorato che lancio al Parlamento è che le riforme che riguardano la sanità, il lavoro e, soprattutto, la scuola domandano la più ampia trasversalità politica che lungo questi mesi, con 300 giorni di lockdown, si è costituita intorno ai temi dell’autonomia, della parità e della libertà di scelta educativa. Solo così la scuola potrà ripartire e potrà ripartire per tutti. Il prof. Draghi ha bisogno di tutte le forze politiche per compiere quelle riforme di carattere strutturale che i cittadini attendono da decenni.

Sappiamo che il mondo della scuola gli è particolarmente caro. Già nel 2007 aveva affermato che «la scuola era fra i primi campi del cambiamento necessario, evidenziando la «bassa collocazione nelle graduatorie internazionali con una chiara evidenza del problema del divario fra il Nord e il Sud che non sta nelle regole ma nella loro applicazione». Anche la questione del reclutamento dei docenti non è nuova al Premier incaricato che, in un’altra occasione, ha affermato, riferendosi ai docenti, che «la loro distribuzione geografica, fra le varie scuole e i percorsi di carriera sono governati da meccanismi che mescolano stati diversi, precarietà e inamovibilità. La mobilità ha scarso legame con le esigenze educative, con meriti e capacità, ogni anno più di 150mila su 800mila docenti cambiano cattedra in un travagliato percorso di avvicinamento a casa.»

L’indiscussa esperienza europea, con la guida della Banca Centrale nei suoi momenti più duri, unita alla preparazione che lo ha portato a diventare un economista di altissimo profilo sono tutti elementi che hanno consentito al prof. Draghi di cogliere pienamente il problema della scuola, e non solo, in Italia.

È evidente che spendere meglio i danari dei contribuenti, destinare le risorse in modo razionale sono le riforme di cui il Paese Italia necessita da anni. Certamente si tratta di riforme strutturali che toccano i poteri forti: la politica che non potrà più fare della scuola il proprio bacino elettorale, i sindacati che non raccoglieranno più tesseramenti sulla pelle della povera gente che ci crede, la burocrazia che ha fatto dello spreco la propria ragione d’essere.

Autonomia organizzativa alla scuola statale, libertà alla scuola paritaria, il diritto di apprendere e la libertà di scelta educativa senza discriminazione sono riforme radicali che domandano un economista di eminente levatura, un europeista di convinta esperienza e il sostegno di un’ ampia trasversalità politica. Ora il Parlamento può superare la prova: tutte le forze politiche si sono dimostrate favorevoli. Gli Italiani osservano e sono consapevoli che occorre un Governo di Unità Nazionale: ben venga anche quella opposizione responsabile che presenta progetti e non si esime dal votare le riforme utili al paese.

Sono convinta che si stia chiudendo l’era del pressapochismo, della politica fatta a colpi di DPCM: si apre, invece, una nuova fase, quella della competenza, della conoscenza e della corresponsabilità, a garanzia dell’equità sociale. Auguri, prof. Draghi!