Per la scuola vale la pena andare in piazza

Uno dei temi ricorrenti dei conservatori e dei reazionari, club ai quali siamo orgogliosi di appartenere, è sempre stato quello che gli studenti protestano solo al fine di trovare un nobile motivo per disertare le aule

Per la scuola vale la pena andare in piazza

Uno dei temi ricorrenti dei conservatori e dei reazionari, club ai quali siamo orgogliosi di appartenere, è sempre stato quello che gli studenti protestano solo al fine di trovare un nobile motivo per disertare le aule. Anche in questo caso, come quasi sempre, conservatori e reazionari hanno ragione ma, da conservatori, quindi per natura animali curiosi ed empirici, dobbiamo notare con piacere che oggi gli studenti calano in piazza perché vogliono ritornare a scuola. Ci riferiamo alle manifestazioni di questi giorni dei ragazzi delle classi superiori contro la Dad, cioè la famigerata Didattica a distanza. E, anche se in alcune di queste piazze abbiamo udito tesi assai imbecilli, tipo che ci si contagia più durante le messe, per questo da proibire, dobbiamo concedere agli studenti sacrosanta ragione. Non siamo pedagogisti né ambiamo ad esserlo, ma da docenti universitari passati attraverso le orride lezioni da remoto, dobbiamo dire che la Dad è semplicemente la negazione dell'idea di scuola così come essa si è formata in Occidente, dal Medioevo in poi (la scuola nell'antichità era cosa un po' diversa). La peculiarità della scuola e, come tale, anche della Università (lì però i compagni più grandicelli dei liceali sonnecchiano) è la dimensione comunitaria. Non si va a scuola per imparare o solo per apprendere nozioni astratte, si va per dotarsi di un habitus, respirare i valori di una comunità, attraversare riti di passaggio fondamentali senza i quali non si diventa uomini o donne. Le nozioni astratte diventano concrete, cioè reali, solo attraverso questo processo di contatto fisico. Al contrario, i globalisti progressisti, non solo italiani, vanno in solluchero per la scuola (che poi scuola non è) digitale, per il tutti segregati a casa propria di fronte a uno schermo, per la comunità digitale (che poi comunità non è): a riprova, basta leggersi un recentissimo pamphlet di Alessandro Perissinotto e Barbara Bruschi (Didattica a distanza, Laterza) che accusa i critici della Dad di lesa maestà verso il progresso, neanche fossimo ai tempi del ballo Excelsior. E, anche se una parte dell'intellighenzia di sinistra, quella che ancora un po' riflette, si è schierata contro la scuola digitale, ci sembra che da quella parte stiano vincendo le tesi globaliste dell'individualismo digitale. Per cui, cari ragazzi e cari insegnanti, a occhio e croce tutti di sinistra, fate bene a protestare e a scendere in piazza: peccato che a volere la Dad come nuovo sol dell'avvenire sia la vostra famiglia politica. E chiedetevi perché.

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