Se la dittatura dello spread non vale per Matteo

Il differenziale torna a crescere ma nessuno punta il dito contro Renzi. Tutta un'altra storia quella del 2011

Se la dittatura dello spread non vale per Matteo

C'è uno spread per tutte le stagioni. C'era lo spread del 2011, nel pieno di una gravissima recessione internazionale quando tutte le colpe vennero addossate al solo governo Berlusconi che, cinque anni fa, proprio per questo motivo fu costretto a fare un passo indietro e a lasciare il posto all'esecutivo dei professori. C'è adesso lo spread del 2016 che, tranne ieri, è tornato a lievitare, ma la responsabilità, secondo autorevoli commentatori, non è questa volta dell'inquilino di turno a Palazzo Chigi, Matteo Renzi. L'ex sindaco di Firenze non c'entrerebbe per nulla.

Come abbiamo letto ieri, anche sul Corriere la colpa è degli altri, a cominciare magari dal solito Trump. Il tycoon avrebbe infatti compiuto un delitto di lesa maestà perché è andato a scippare a Hillary Clinton quello Studio Ovale già abbondantemente usato dal marito Bill ai tempi del suo soggiorno alla Casa Bianca. Come se non fossero bastate le figuracce che tantissimi media hanno fatto sul palcoscenico mondiale sbagliando tutti i pronostici sulle presidenziali Usa, oggi ci vengono a dire che la nuova febbre, con alti e bassi, che ha colpito il differenziale tra le obbligazioni italiane e i bund tedeschi è stata causata dal «bacillo Trump»: con quei suoi movimenti scomposti, il nuovo inquilino di Washington finisce per contaminare tutti i mercati, compreso quello italiano. Insomma, secondo questa pittoresca versione, Renzi non c'entra per nulla, anzi si sta impegnando parecchio per fare scendere la temperatura economico-finanziaria.

E come se tutto questo non bastasse, anche il premier ha ieri rincarato la dose spiegando le montagne russe dello spread in chiave squisitamente elettorale: se l'indice in questione schizza verso l'alto dobbiamo dare addosso agli untori, cioè a quegli elettori che voteranno «No» al referendum costituzionale del 4 dicembre e finiranno per provocare una specie di tempesta perfetta con tantissimi punti interrogativi sul futuro del Belpaese. Lui, Matteo, sta invece facendo il suo dovere, tanto che gli ultimi dati sul Pil vengono presentati, a cominciare da Padoan, come una grandissima performance dell'Italia, ma quelli del «No» si sono incaponiti a voler mettere tante molotov sul nostro cammino economico. Un modo un po' furbetto per cercare di restituire al mittente tutte le critiche sul mancato decollo dell'economia puntualmente registrato anche ieri dall'ennesima caduta di Piazza Affari che, tanto per cambiare, ha sferrato un nuovo uppercut al titolo Montepaschi, come volevasi dimostrare dopo gli ultimi sviluppi della vicenda.

Sappiamo, invece, come è andata ai tempi del governo Berlusconi, accusato da molti ambienti della finanza internazionale di avere abbandonato la nave tricolore fin dall'estate del 2011 e di essere, così, affondato assieme a tutto il Paese. In quei giorni, sempre sul Corriere, Mario Monti che fin da giugno era stato contattato dall'allora presidente della Repubblica Napolitano per succedere a Silvio - scrisse un editoriale in cui si affermava, tra l'altro, che l'Italia era guidata da «un podestà forestiero». In parole povere, secondo il bocconiano, c'era una specie di governo sovranazionale che non abitava a Palazzo Chigi, ma aveva sedi sparse tra Bruxelles, Francoforte, Berlino, Londra e New York. Forse perché il Cavaliere ha sempre avuto buoni rapporti con Putin, il professore in loden si dimenticò di aggiungere Mosca.

Un vero e proprio complotto internazionale, insomma, e fin qui tutto bene, anzi tutto male. Il problema è che la colpa dell'emergenza venne, allora, attribuita al solo Berlusconi: sarebbe stato lui il vero burattinaio. A distanza di un lustro, molti dovrebbero fare il mea culpa: non solo hanno dato retta a quei ragionamenti montiani, ma, con la scusa dello spread, sono stati così bravi a piazzare addirittura sullo scranno più alto di Palazzo Chigi il Prof che aveva scritto quelle cose. Poi sappiamo tutti come è finita: già un mese dopo le sue forzate dimissioni, i fatti cominciarono a dare ragione a Berlusconi perché molti si resero finalmente conto che l'emergenza non era soltanto italiana bensì mondiale e, soprattutto, europea: il governo dei tecnici si era subito imballato e persino certi leader della sinistra italiana ammisero che, semmai, le vere responsabilità non erano dell'esecutivo del Cavaliere ma di altri, frau Merkel in primis. E molti cominciarono anche a dire che, se al governo ci fosse ancora stato Silvio, forse la situazione sarebbe stata migliore. Chissà, ma una cosa è certa: non avremmo, poi, avuto, tre premier non eletti e Renzi in particolare sarebbe restato a casa sua.

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