Se non ora, quando?

Per la prima volta nella Seconda Repubblica un esponente riferibile al centrodestra, in questo caso Fabio Pinelli indicato dalla Lega, è diventato vicepresidente del Csm

Se non ora, quando?

II fatto, se non è storico, poco ci manca. Per la prima volta nella Seconda Repubblica un esponente riferibile al centrodestra, in questo caso Fabio Pinelli indicato dalla Lega, è diventato vicepresidente del Csm, cioè dell'organo di autogoverno della magistratura. Non era mai successo, come per il Presidente della Repubblica, neppure durante i governi di Silvio Berlusconi. È caduto, quindi, un mezzo tabù, a dimostrazione che gli equilibri nella magistratura e in Parlamento sono favorevoli ad una grande riforma della giustizia. Ci sarebbe quasi da riprendere il titolo di un romanzo di Primo Levi, spesso evocato a sinistra: «Se non ora, quando?». Già le circostanze hanno dato a questa maggioranza di governo un'occasione imperdibile. Anche perché pure un pezzo dell'opposizione è interessato a cambiare in meglio, ad «aggiustare», per dirla in questo modo, la nostra giustizia: ieri, quasi contemporaneamente, sia il Terzo Polo, sia Forza Italia hanno messo in agenda uno dei punti cardine della riforma, cioè la separazione delle carriere tra giudici e Pm. Inoltre c'è un Guardasigilli come Carlo Nordio, che ha alle spalle una lunga carriera da pubblico ministero e che conosce bene per esperienza personale le magagne inique e perverse del nostro sistema giudiziario. Né manca di coraggio, visto il duello che ha ingaggiato con i giustizialisti, in toga e «non», sulle regole delle intercettazioni.

Non riuscire in queste condizioni - per alcuni versi irripetibili - sarebbe una pesante sconfitta. Più l'occasione è grande, infatti, e più, in caso di insuccesso, le conseguenze sarebbero gravi per la coalizione. È il risvolto della medaglia. Anche perché la partita si gioca tutta in casa. Certo la sinistra massimalista e il grillismo di ritorno tenteranno di innalzare barricate, lo stanno già facendo. Spargeranno dosi e dosi di giustizialismo sul malcontento sociale determinato dall'inflazione e dal carovita. Sale sulle ferite. Ma è inutile dire che sono tutti motivi in più per condurre in porto una riforma che deve impedire, innanzitutto, l'uso politico della giustizia, cioè la grave patologia di cui è affetto il nostro sistema da decenni.

Un'impresa che per riuscire ha bisogno innanzitutto di una maggioranza coesa. Che non abbia settori che giochino di sponda con lo schieramento giustizialista, magari per paura - parafrasando Pietro Nenni - di apparire meno puri. Il rischio non è quello di non mandare dietro la sbarra i criminali o i disonesti: di leggi ne abbiamo fin troppe, efficaci, a cominciare dal 41 bis che non va dismesso. Semmai l'obiettivo è che non vengano perseguitati gli onesti. In altre parole di introdurre nel nostro sistema elementi di garantismo. Operazione complicata, che presta il fianco alla retorica giustizialista, anche perché è più facile gridare «in galera», come faceva Giorgio Bracardi nei panni del gerarca Ermanno Catenacci in una fortunata trasmissione radiofonica di Renzo Arbore di cinquant'anni fa, che non il contrario.

Ma proprio per evitare di essere ingoiati dal vortice della demagogia da quattro soldi, governo e maggioranza più che parlare di tutto lo scibile giudiziario dovrebbero confrontarsi sui testi dei provvedimenti di una riforma organica. È un consiglio non richiesto per il Guardasigilli.

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