"Se qui si scatena l’inferno...". Parte un'altra inchiesta sul Covid

L'ammissione: “Non eravamo preparati...”. A Brescia i pm puntano al governo: il caso va al tribunale dei ministri

"Se qui si scatena l’inferno...". Parte un'altra inchiesta sul Covid

Il 20 marzo scorso muore Mariagrazia Casanova. Il suo nome potrà suonare sconosciuto, forse insignificante. È, o meglio era, la cassiera dell’IperSimply di via Vallecamonica a Brescia. La donna di Frontignano di Barbariga aveva iniziato ad accusare una forte tosse solo 48 ore prima. Si era chiusa in casa dove due giorni dopo ha esalato il suo ultimo respiro. Il punto vendita viene immediatamente chiuso perché si sospetta un contagio da coronavirus. Misura precauzionale intelligente, ovviamente. Ma a Mariagrazia non verrà mai effettuato il tampone per capire di cosa sia morta. Come lei, tanti altri nel Bresciano sono andati all’altro mondo senza un perché. E senza sapere se il male che li ha strappati alla vita si chiamasse coronavirus o cos’altro. “Non siamo riusciti ad arginare i focolai - ha ammesso il sindaco Emilio Del Bono - a introdurre ‘zone rosse’ dove c’erano i segnali, a fare tamponi nelle famiglie che convivevano con i positivi e in quarantena”.

La storia di Mariagrazia torna di attualità oggi che le notizie accendono di nuovo i riflettori sul treno che ha investito Brescia, Cremona e le altre città del “quadrilatero della morte”. Il 5 novembre scorso, infatti, la procura di Brescia ha avocato a sé un’indagine (archiviata a Cremona) su eventuali ritardi ed omissioni nella lotta a Covid-19. Tutto parte da un esposto presentato dall’avvocato Giancarlo Cipolla per conto di Giovanna Muscetti, una manager milanese. Nel mirino c’è un volo che il 16 marzo decolla dalla base militare di Aviano in direzione Memphis con a bordo mezzo milione di tamponi acquistati dagli Usa da un produttore italiano con sede a Brescia. La notizia in quelle ore fa il giro del web. Va detto però che l’azienda in quelle settimane aveva già distribuito in Italia oltre 1 milione di kit di prelievo. E se i test effettuati erano in numero inferiore, spiegava Lorenzo Fumagalli, il responsabile dell’ufficio legale della Copan Diagnostic, “è perché le forniture” erano “in quantità superiore alle capacità di svolgere gli esami nei laboratori italiani”. Dove, è noto, mancavano i reagenti e non i cotton fioc.

L’avvocato e la manager si chiedono però per quale motivo la Protezione civile o il governo non abbiano emanato un’ordinanza con cui requisire quei tamponi così da impedirgli di volare oltreoceano. Non solo. Nel mirino ci sono anche le circolari del ministero della Salute con le indicazioni su chi sottoporre al test e quelle che invitavano a non realizzare autopsie. Al contrario dei pm di Cremona, la procura bresciana ipotizza (per ora contro ignoti) i reati di epidemia colposa, omicidio colposo, lesioni colpose, abuso d'ufficio e omissione di atti d'ufficio. “Trattandosi di atti e provvedimenti del presidente del Consiglio e/o del ministro competente”, riporta Askanews, il fascicolo verrà trasmesso al tribunale dei ministri.

Difficile dire se una inchiesta potrà dipanare la nebbia che a marzo cala su Brescia. Come rivelato nel Libro nero del coronavirus (clicca qui), sono due le immagini che raccontano la sofferenza della città. La prima è il trend di contagi. Per giorni le curve di Bergamo e Brescia si sfiorano proprio come i confini dei due territori. Crescono allo stesso ritmo. Poi l’8 aprile arrivano addirittura a toccarsi e Brèsa, così la chiamano in dialetto, raggiunge Bèrghem. Infine la supera: 10.122 contagi la prima, 10.043 la seconda. L’altra fotografia sono due container frigorifero parcheggiati di fronte al tempio crematorio della città. La processione dei feretri raggiunge il cimitero di Sant’Eufemia ma i forni non riescono più a tenere il ritmo di morte del coronavirus. Prima di essere avvolti dalle fiamme, i corpi devono aspettare anche due settimane nei depositi. Troppo tempo con il caldo afoso di quei giorni, e così le bare vengono stipate in quelle celle frigorifero che tanto ricordano la carovana di mezzi militari che, la notte del 18 marzo, attraversano Bergamo. I numeri sono quelli di una strage. Già nella prima settimana di aprile l’Istat calcola che, rispetto all’anno precedente, i morti a Brescia città si sono già moltiplicati: da 134 nel 2015-2019 a 381 nel 2020. Lo stesso vale per tutta la provincia: nei Comuni, che rientrano nelle statistiche dell’istituto, si passa dai 466 decessi di marzo 2019 ai 1345 nei primi tre mesi del 2020. Tutti questi paesini, che di solito vedono morire una sola persona al mese, si ritrovano con undici, dodici, venti lutti. A Corte Franca, per fare un esempio su tutti, l’incremento è addirittura del 1900 per cento.

Gli Spedali Civili di Brescia (La Presse)

Francesca Serughetti, anestesista degli Spedali Civili, sapeva che prima o poi il virus sarebbe arrivato a Brescia. “Eravamo accerchiati”, racconta in esclusiva nel Libro nero del Coronavirus (pubblicato da Giubilei Regnani e già prima ristampa). Francesca il 24 febbraio è in sala operatoria con un politraumatizzato che ha la febbre. In quelle ore sono già scattate tutte le indicazioni di prevenzione. Il paziente va intubato, la mascherina Ffp3 sarebbe obbligatoria. Ma non ce n’è nemmeno una. “Non eravamo ancora preparati…”, ammette. Il politrauma infatti arriva nel reparto operatorio seguendo un percorso normale, ma rimane bloccato lì per almeno un paio d’ore. Di mascherine ne servono due: una per l’anestesista e una per l’infermiera che la deve assistere. Lo stallo fa sì che ci sia il rischio di farlo incrociare con un altro paziente che deve essere operato nella seconda sala. “In quelle ore – ci spiega – non sapevamo ancora come gestire quella promiscuità. Quando, poi, sono tornata a casa ricordo di essermi chiesta: ‘Se qui si scatena l’inferno, cosa facciamo?’”.

L’inferno, nel giro di pochi giorni, si scatena con una potenza inaudita. Ai primi di maggio la città sfiora i mille morti. Il 12 maggio si celebra una Santa Messa al cimitero Vantiniano per le trecento urne cinerarie collocate in chiesa. A Manerbio, paesino che cresce lungo il fiume Mella, il parroco di San Lorenzo, don Alessandro Tuccinardi, accende un lumino per ogni abitante che si è spento negli ultime mesi. Su un totale di circa 13 mila abitanti, nei primi due mesi di epidemia si registrano oltre 150 morti. E, in chiesa, le 150 candeline bruciano per ricordarli. Sono allineate sopra gli inginocchiatoi, una dopo l’altra. La fiamma si muove appena, accarezzata – di tanto in tanto – da un alito di vento che filtra lungo la navata principale. Ovunque c’è silenzio. E pace. Ma il dolore si tocca con mano. In paese quel giorno i Covid-positivi sono solo trenta, almeno ufficialmente: chissà se altre scelte politiche avrebbero permesso di tracciare più infetti. E magari salvare qualche vita.

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