Cronache

"Non provo più niente. Sono un fantasma". La drammatica scelta di una 23enne

Shanti era sopravvissuta all'attentato dell'Isis all'aeroporto di Bruxelles, nel 2016. Da qual momento la ragazza è precipitata nel vortice della depressione, al punto da chiedere il suicidio assistito: "Una sofferenza mentale insostenibile"

"Non provo più niente. Sono un fantasma". La drammatica scelta di una 23enne

La ragazza che vedete in foto si chiama Shanti De Corte. È morta il 7 maggio scorso, all'età di 23 anni, con la famiglia accanto: un suicidio assistito. Ha scelto di morire dopo esser finita nel vortice della depressione che, da circa tre anni, non le dava tregua. Un inferno in cui era precipitata da quando, il 22 marzo del 2016, si ritrovò nel bel mezzo dell'attacco terroristico all'aeroporto di Bruxelles. Lei ne uscì indenne, senza riportare neanche un graffio. Ma quelle scene di morte e sangue sono rimaste impresse nella sua memoria riproponendosi, come le immagini drammatiche di un film al rewind, giorno dopo giorno: le bombe l'hanno ammazzata dentro. Al punto da chiedere l'eutanasia per porre fine al dolore: "Sono un fantasma non provo più niente", ha raccontato nel suo ultimo post su Facebook.

L'eutanasia

Una storia drammatica che ha profondamente scosso l'opinione pubblica. È stata Marielle, la madre di Shanti, a raccontare alla tv fiamminga il lungo calvario della ragazza. Una sofferenza mentale definita "insostenibile" e "senza possibilità di sollievo". Ha tenuto la figlia per mano fino all'ultimo istante in cui è rimasta in vita sostenendola nel doloroso viaggio del suicidio assistito. Shanti, dopo aver combattuto invano contro la drepressione, ha chiesto e ottenuto l'eutanasia. Prima di andarsene, ha salutato amici e parenti con un messaggio sui social: "È stata una vita di risate e lacrime, fino all'ultimo giorno. Ho amato e mi è stato concesso di sapere cos' è il vero amore. Me ne vado in pace. Sappiate che già mi mancate".

I tentativi di suicidio

Per due volte la 23enne aveva tentato il suicidio, nel 2018 e nel 2020. I medici l'hanno salvata ma poi, la sua vita è rimasta sospesa, aggrappata a un filo sottile che lentamente, giorno dopo giorno, si è spezzato. Per mesi ha fatto uso di psicofarmaci senza mai provare il minimo sollievo da quella profonda e straziante sofferenza. Così, un anno fa, si era rivolta a un'associazione per "il diritto di morire con dignità" che assiste chi chiede l'eutanasia, riconosciuta in Belgio anche in caso di sofferenze psichiche giudicate non curabili. Due neuropsichiatri hanno approvato la richiesta di Shanti all'inizio dell'anno. Se ne è andata il 7 maggio.

Il caso

Stando a quanto riporta Il Messaggero, la scelta del suicidio assistito è stata contestata da un neurologo, Paul Deltenre, della clinica Brugman a Bruxelles, secondo il quale diverse cure avrebbero potuto essere tentate per salvare Shanti dal baratro della depressione. E non è l'unico, a quanto pare, a pensarla così. Proprio la scorsa settimana, Il Belgio è stato condannato dalla Corte europea per i diritti umani per "mancanze nei controlli a posteriori" delle procedure di eutanasia. Non ha dubbi, invece, la madre di Shanti che la morte assistita fosse l'unica strada percorribile: "Dal giorno dell'attentato, Shanti si è come spezzata, non è mai più riuscita a ricostruirsi, non si sentiva in sicurezza da nessuna parte, non poteva sopportare di trovarsi in luoghi con altre persone, aveva continui attacchi di panico". Del resto, era stata proprio la 23enne a raccontare il suo calvario prima di andarsene: "Mi sveglio e prendo medicine a colazione, poi fino a undici antidepressivi al giorno. Senza non posso vivere, ma con tutte queste medicine non provo più niente, sono un fantasma".

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