Silenzi assordanti

Nel discorso di ieri alla cerimonia del ventaglio il Capo dello Stato ha inserito la riforma della giustizia nell'elenco delle riforme da fare. Due parole e nulla di più

Silenzi assordanti

Nel discorso di ieri alla cerimonia del ventaglio il Capo dello Stato ha inserito la riforma della giustizia nell'elenco delle riforme da fare. Due parole e nulla di più. Sulla lotta al virus Sergio Mattarella è stato encomiabile, con un appello convincente e appassionato sul dovere delle forze politiche di essere unite di fronte a un'emergenza che non è ancora finita. Con tutto il rispetto, però, quelle due sole parole dedicate da un Presidente che in questi anni di crisi si è dimostrato un prezioso, per non dire indispensabile, punto di riferimento per il Paese, all'altro virus che in questi mesi sta mietendo vittime in uno dei gangli fondamentali dello Stato, sono state fin troppo parche. O, almeno, sono apparse tali in frangenti in cui la maggioranza che sostiene il governo di unità nazionale si divide su una «riforma» (in realtà una «riformetta» per supplire a errori del Guardasigilli precedente) che l'Europa, non va dimenticato, esige per garantirci i fondi della Next Generation, risorse vitali per la ricostruzione del Paese. E sono ancora più insufficienti se si guarda con occhio attento a ciò che sta avvenendo nei tribunali, all'interno della magistratura e, addirittura nello scontro che divide giudici e Pm, combattuto a forza di avvisi di garanzia e di delegittimazioni reciproche.

Sta esplodendo il pianeta giustizia e il Presidente del Consiglio superiore della magistratura dice poco o nulla. L'unico segnale in codice è il riferimento del Capo dello Stato a «fake news, fabbricate, sovente, con esercizi particolarmente acrobatici», che nell'interpretazione veicolata dai soliti bene informati del Quirinale riguarderebbe il Fatto quotidiano che aveva ventilato dei dubbi del Colle sulla riforma del ministro Cartabia. Il problema della giustizia italiana, però, non è solo la riforma della prescrizione su cui probabilmente Mattarella si astiene dal prendere una posizione visto che riguarda la dialettica tra le forze politiche, ma, ad esempio, quello che sta avvenendo nel Palazzo di giustizia di Milano, cioè nella Procura che con le sue iniziative ha condizionato le vicende politiche degli ultimi trent'anni. O, ancora, sono le cronache che hanno trasformato il Csm nel terreno di battaglia di una guerra tra fazioni di cui non si scorge la fine. Su tutto questo continua ad esserci un silenzio assordante dei vertici istituzionali del Paese e della politica. L'unica risposta chiara a questa situazione insostenibile arriva dalle lunghe file di persone che aspettano pazientemente il loro turno per firmare i referendum sulla giustizia. Un fenomeno di massa visto che in poche settimane si raggiungerà il numero necessario. Solo che, a ben guardare, è un paradosso se non una sconfitta che siano le istituzioni e la politica a delegare a un'iniziativa popolare la riforma della giustizia. O, come minimo, un'ammissione di impotenza.

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