Quel golpe fiscale che piace alla sinistra

Se c'è una tentazione alla quale i politici di sinistra non sanno resistere, è quella di aumentare le tasse su coloro che ritengono più ricchi.

La sinistra che ama sempre le imposte

Se c'è una tentazione alla quale i politici di sinistra non sanno resistere, è quella di aumentare le tasse su coloro che ritengono più ricchi. È nel loro dna, nella loro formazione, verrebbe da pensare. E ciò vale anche per una parte del governo Draghi. Ieri è stato sventato un colpo di mano, che vale la pena raccontare. Come sapete, nella manovra finanziaria, il governo ha destinato sette miliardi di euro al taglio delle imposte per le famiglie. La gran parte delle risorse andrà alle fasce di reddito medio basse. Un piccolo effetto trascinamento ci sarà anche per coloro che guadagnano più di 75mila euro l'anno: si tratta di un bonus fiscale di circa duecento euro. Ebbene, il premier Draghi aveva accettato la proposta dei sindacati (non si sa bene a che titolo), condivisa dal Pd e da Leu, di tagliare questo piccolo beneficio per i «più ricchi». Forza Italia e Lega, insieme a Italia Viva, sono riusciti a bloccare la follia.

Oltre al tic «anche i ricchi devono piangere» della sinistra, questo piccolo golpe fiscale offre alcuni spunti più generali.

1. Il danno per il milione di contribuenti che dichiara più di 75mila euro sarebbe stato piccolo, ma del tutto infinitesimale sarebbe stato il guadagno per gli altri. Questo contributo di solidarietà avrebbe infatti fruttato circa 250 milioni e sarebbe finito nel calderone della riduzione delle bollette. Il governo ha già stanziato cinque miliardi per ridurre il costo del gas. Qualcuno ci sa dire, forse i sindacati, che senso avrebbe avuto la mini-stangata, se non quello di essere un piccolo sfregio di nessuna utilità pratica?

2. La proposta è stata portata avanti proprio dal premier. E in questo caso i partiti di centrodestra, uniti, hanno fatto muro. È vero che anche Italia Viva, a sinistra, si è opposta. In questo caso assume un significato la partecipazione al governo del centrodestra. Se non ci fossero stati i ministri berlusconiani e leghisti, lo sfregio fiscale sarebbe passato. Non sarebbero bastati i renziani a bloccare la manovra.

3. Prima o poi i conti al ristorante della finanza pubblica si pagano. E quel giorno è meglio che governi qualcuno che non abbia il riflesso pavloviano di aumentare le imposte. Oggi stiamo spendendo tutto a deficit. Senza alcuna riduzione della spesa pubblica. Quando il mercato girerà, beh allora sappiamo quali saranno le armi che verranno usate: maggiori imposte sul ceto medio, penalizzazione degli autonomi, tassazione aumentata sugli immobili. C'è da sperare che chi governerà sceglierà invece la strada più difficile dei tagli ai programmi di spesa pubblica.

Ieri Mario Draghi ha ricevuto il primo vero stop nella sua attività governativa. Se la sua scelta di campo sarà quella del sindacato e della sinistra delle tasse, potrebbe essere il primo di una lunga serie.

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