La tentazione del fatalismo

Come una ricaduta, l'affacciarsi dell'ennesima variante del Covid sulla scena mondiale sembra aver fatto ripiombare tutti nel gorgo del pessimismo e del catastrofismo

La tentazione del fatalismo

Come una ricaduta, l'affacciarsi dell'ennesima variante del Covid sulla scena mondiale sembra aver fatto ripiombare tutti nel gorgo del pessimismo e del catastrofismo. Che - seppur comprensibile e umano - è l'atteggiamento peggiore per provare a rialzarsi dopo le difficoltà.

In una sua riflessione sul Corriere della Sera, lo scrittore Antonio Scurati dà voce a questo sentimento, opposto all'incoscienza giuliva delle danze sui balconi della prima fase del lockdown. È giunto il tempo - è il senso del suo ragionamento - di rassegnarsi all'«abisso», all'idea che dopo l'inverno non verrà la primavera, ma dovremo convivere con «un autunno perenne» di emergenza sanitaria. Basta illudersi, la variante Omicron e la conseguente «crescita vertiginosa dei contagi» ci condannano a non riveder le stelle. Non ne usciremo mai e prima ci adattiamo meglio è per tutti.

C'è un fondo di realismo in questo approccio, perché da tempo gli scienziati spiegano che il Covid non sparirà ma dovremo imparare a conviverci, a immaginare un futuro insieme al virus così come facciamo con altre malattie. Ma non è detto che un mondo col virus debba per forza essere un deserto di privazioni.

Il tono compiaciuto da «ricordiamoci che dobbiamo morire», che in questi giorni rimbalza un po' troppo sui media, nasconde un rischio: la rinuncia all'impegno collettivo e alla speranza di recuperare la libertà su cui si fonda il nostro stile di vita. Libertà che può essere messa fra parentesi, ma non abiurata. Una posizione che sembra ancor più frettolosamente rovinosa se si considera che - come sembrano confermare i primi studi su Omicron - questa variante è sì più contagiosa (soprattutto fra i non vaccinati), ma molto meno sintomatica.

Tra la malintesa resilienza e il fatalismo apocalittico, esiste infatti una sana via di mezzo: quella della scienza e del buon senso. Dire che il virus non esiste è folle, ma invocare la resa generale è deprimente e controproducente, perché significa sostenere che poco contano i vaccini e le misure di contenimento, tutto è inutile. Invece, le statistiche e i dati dimostrano il contrario. Ovvero che con i sieri e l'utilizzo di piccoli accorgimenti si può essere di nuovo liberi. Di viaggiare, cenare, divertirsi, lavorare, produrre, consumare. Oggi mostrando un pass scomodo e antipatico anche se necessario, domani si spera senza.

Perché questo è l'unico motore che ha spinto milioni di italiani a vaccinarsi e ad accettare più o meno volentieri delle restrizioni: se c'è un abisso, ci si ferma e ci si industria per costruire un ponte, scavalcarlo e lasciarselo alle spalle. Senza retorica, per ricostruire la normalità. Se invece il sistema molla, come sembra lasciar intendere il ministro dell'Interno Lamorgese quando alza le mani per dire che i controlli saranno a campione per carenza di organico, allora abdichiamo al nostro dovere di ripartire e la diamo vinta ai No Tutto. L'autunno è splendido, i funghi ottimi, ma la profezia del mondo congelato in una nebbia infinita di semilibertà, lassismo e cupio dissolvi anche no, grazie.

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