La trattativa afona

Per evitare tragiche illusioni, bisogna prendere atto che in questo momento sul cielo russo non volano le colombe ma i falchi

La trattativa afona

La polemica, perché di questo si tratta, del Patriarca ortodosso russo, Kirill, addirittura con il Papa e il successivo «no» del Cremlino ad un possibile incontro tra il Pontefice e Putin, offrono un altro spunto per comprendere come almeno in questo momento a Mosca nessuno pensi seriamente ad una trattativa. Non è nell'orizzonte prossimo. Addirittura un canale di pace e di fratellanza come la religione, che resta sempre aperto anche negli scontri più cruenti, è interrotto. Quindi, per evitare tragiche illusioni, bisogna prendere atto che in questo momento sul cielo russo non volano le colombe ma i falchi.

È un dato di fatto. Purtroppo. Maledetto, ma innegabile al di là delle responsabilità di ognuno. Putin non sente ragioni. Anzi, le difficoltà e gli insuccessi sul piano militare lo inducono a rilanciare, ad alzare la posta, per difendere l'immagine di superpotenza della Russia. L'accanimento di queste ore con i bombardamenti a tappeto e gli assalti dei commando contro gli ultimi combattenti barricati nelle acciaierie Azovstal di Mariupol, dimostra che Mosca ha bisogno di un successo prima del 9 maggio, per celebrare in mondovisione la vittoria sul nazismo.

Di contro, diventa paradossale a lungo andare che l'unico argomento trattato tra Zelensky e l'Occidente sia la fornitura di armamenti: queste cose si fanno, senza slogan e proclami; per cui sentire Joe Biden citare una frase di Franklin Delano Roosevelt del 1940 - cioè all'inizio della Seconda guerra mondiale - «l'America sarà l'arsenale della democrazia», fa una certa impressione. Ricorrere alle armi è una triste e drammatica necessità, non certo un programma.

Per cui non c'è da meravigliarsi se a Kiev, a Mosca, a Washington e a Londra, tutti in queste ore dicono che la guerra durerà. Molto tempo. Tutti auspicano la trattativa, ma la trattativa è afona. Le parole negoziato, compromesso, mediazione servono solo come intercalari per occupare gli spazi vuoti lasciati dalle minacce e dagli ultimatum. E constatare che pure la religione è impotente e, nel caso di Kirill, complice di chi in questo momento rifiuta ogni idea di cessate il fuoco, di tregua, di pace, lancia ombre sempre più oscure sul futuro. Non ci sarà nessuna escalation, nessuna guerra mondiale, ma un conflitto che andrà avanti per mesi se non anni ad alta o bassa intensità nel cuore dell'Europa. E chi ci rimetterà di più sarà proprio l'Unione Europea, divisa, bloccata dai veti e dai distinguo dei suoi 27 Paesi, e incapace di dire la sua anche su una guerra che si combatte davanti la porta di casa.

Una delle ragioni, se non la principale, per cui la trattativa è afona, è appunto che l'Europa non ha la forza di far sentire la sua voce.

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