Il triangolo tra politici, pm e sentenze

A leggere i racconti di Luca Palamara, espulso dall'Associazione nazionale magistrati dopo esserne stato il king maker per un decennio, tornano in mente tante storie, frammezzate da pagine poco chiare o oscure

Il triangolo tra politici, pm e sentenze

A leggere i racconti di Luca Palamara, espulso dall'Associazione nazionale magistrati dopo esserne stato il king maker per un decennio, tornano in mente tante storie, frammezzate da pagine poco chiare o oscure. Storie che avvengono in una sorta di triangolo delle Bermuda: un vertice sono le correnti e il carrierismo dei giudici; un altro i rapporti con la politica; l'ultimo i processi che rischiano di essere merce di scambio. Il punto tutto da verificare è proprio questo, e cioè se il velo squarciato dal caso Palamara riveli solo una sorta di malcostume della categoria; o se, invece, il combinato disposto tra i vertici del triangolo crei un meccanismo perverso che potrebbe condizionare pure i processi, arrivando, nei casi limite, a trasformare gli innocenti in colpevoli, o viceversa. Perché se ciò fosse vero, in un triangolo delle Bermuda di questo tipo, non si smarrirebbe solo la credibilità delle sentenze, ma anche lo Stato di diritto e la democrazia: sentire il j'accuse del mite professore Sabino Cassese contro le procure («Sono un quarto potere») fa una certa impressione.

Giudici visti da vicino. In queste settimane il pm Nino Di Matteo ha rivangato la vicenda della supposta trattativa Stato-mafia, quella del '92-93, che avrebbe posto fine alla stagione delle bombe della mafia, togliendo il regime del 41 bis a più di trecento mafiosi. In quell'occasione, il sottoscritto, da direttore del Tg1 sposò la tesi per cui c'era stato qualcosa di poco chiaro in quell'estate: soprattutto non si capiva perché mentre Cosa nostra spargeva terrore nelle strade di tante città italiane, il capo del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap) aveva deciso, su indicazione del ministro della Giustizia, Conso, di togliere centinaia di picciotti dal carcere duro. Il Tg1 addirittura fu la prima testata giornalistica a rendere noto l'elenco dei mafiosi che avevano beneficiato del provvedimento. Insomma, io la pensavo più o meno come i pm Ingroia e Di Matteo: non potendo fronteggiare in quel periodo la mafia, lo Stato avrebbe trattato per avere il tempo di riorganizzarsi prima di mandare in galera i capi di Cosa nostra, a cominciare da Totò Riina. Una strategia legittima, secondo l'insegnamento de L'arte della guerra di Sun Tzu, che si rivelò efficace; una strategia, però, che doveva restare segreta, perché una classe politica di ipocriti non ha avuto il coraggio di spiegarla non dico subito, ma neppure 10, 20 o addirittura 30 anni dopo (anche la Cia apre gli archivi dopo 40 anni).

Così furono messi in atto depistaggi e sabotaggi. Ad esempio, quello di tirare in ballo Silvio Berlusconi che, anche se per la vulgata giustizialista ne ha combinate tante, questa, mi sento di dire, proprio no. Secondo questa tesi strampalata, infatti, il Cav avrebbe utilizzato le bombe per preparare la sua discesa in politica. Una baggianata, visto che Berlusconi mentre scoppiavano gli ordigni non ci pensava proprio allo scranno parlamentare. Le date sono «fatti» e contano più delle congetture o delle dichiarazioni «interessate» di qualche pentito. Un fatto fu pure la decisione inusitata in una Repubblica italiana fondata sulle intercettazioni (ora lo ha scoperto pure Palamara), di distruggere la registrazione del colloquio tra l'allora capo dello Stato, Giorgio Napolitano, e l'ex ministro dell'Interno, Nicola Mancino: in quei frangenti, a sentire i racconti di Ingroia e Di Matteo, il Nap si avvalse anche dei servigi di Palamara per trovare una mediazione. Ora di risvolti questa storia ne ha tanti, ma una cosa è certa: il segreto di quell'ipotetica trattativa ha creato problemi a molti. Il sottoscritto ha avuto i suoi guai, Ingroia è finito fuori dalla magistratura, Di Matteo si è visto negare l'approdo al Dap (centro di quella trattativa) che un incauto ministro Bonafede, a digiuno di Storia patria, gli aveva in un primo tempo proposto. Di contro, sarà un caso, ma i componenti della trimurti istituzionale che gestì quella fase tumultuosa sono diventati, uno dopo l'altro, inquilini del Quirinale: a parte Giovanni Spadolini (all'epoca presidente del Senato) che morì qualche anno dopo, a Scalfaro successero sul Colle, prima Ciampi (già premier) e poi Napolitano (nel '92 presidente della Camera).

Giudici visti da vicino. Dopo quelle vicende finisco nei guai per un'accusa di peculato in Rai (anni dopo anche Ingroia, coincidenza, si ritrova alle prese con lo stesso reato). Vengo assolto in primo grado, ma intanto sono approdato in Parlamento. E da senatore teorizzo l'impeachment dell'allora capo dello Stato, Napolitano, sempre per la supposta trattativa Stato-mafia e per il ruolo svolto nella crisi del governo Berlusconi nel 2011. Dopo 9 mesi, in appello, guarda caso, mi ritrovo ad essere giudicato da un magistrato per quattordici anni parlamentare dell'Ulivo, oltreché sottosegretario di Napolitano al ministero dell'Interno, Giannicola Sinisi. D'un tratto da innocente divento colpevole. In Cassazione, poi, a me, eletto nelle liste di Forza Italia, capita come relatore del mio processo il capo di gabinetto del ministro della Giustizia del governo Prodi, Stefano Mogini. Il dato più interessante, visto che Palamara ha narrato i singolari costumi e stili di vita della nostra magistratura, è che nel 2008, con la crisi dell'esecutivo del Professore e le elezioni anticipate che mandarono l'Ulivo all'opposizione, sia Sinisi, rimasto senza seggio, sia Mogini, orfano del ministero, furono inviati entrambi negli Usa. Il primo come consigliere giuridico dell'ambasciata a Washington; il secondo, a New York, come consigliere giuridico della delegazione italiana all'Onu. Vivono per 5 anni a braccetto oltreoceano, poi rientrano in magistratura e uno mi condanna in appello e l'altro in Cassazione. Tante coincidenze, troppe, che spingono il Senato a respingere la richiesta di decadenza del sottoscritto da senatore dopo la condanna della Cassazione: votano in mio favore calvinisti come Pietro Ichino e marxisti come Mario Tronti. Non era mai successo in settanta anni di Repubblica.

Giudici visti da vicino. Così, alla fine, la mia storia impone ad uno dei vertici del triangolo di occuparsi dell'altro: il Senato approva una legge che impedisce ai magistrati che vanno in politica di tornare in magistratura. O almeno ne regola il ritorno. Solo che il provvedimento approvato velocemente a Palazzo Madama finisce negli scantinati della commissione Giustizia della Camera. Motivo? Lo scrivo sul Giornale: il presidente della Commissione, Donatella Ferranti, magistrato, tirata in ballo in questi giorni da un Palamara calato nei panni del film d'antan Muoia Sansone con tutti i filistei, aveva deciso di lasciare il Parlamento a fine legislatura per tornare in magistratura, in Corte di Cassazione. La notizia la riprende Sergio Rizzo in un fondo sul Corriere e, a sentire i suoi racconti, viene redarguito dalla Ferranti e dai suoi accoliti in Parlamento. Gli dicono: «Non è vero», «Ma non scherziamo!». Invece, a quanto pare scherzavano, visto che uscita dal portone di Montecitorio, la Ferranti, un anno dopo, entra al Palazzaccio dall'ingresso principale, per sedere sugli scranni dell'Alta Corte.

Fin qui le storie di giudici viste da vicino. Ora c'è da chiedersi se davvero quel triangolo in cui si mescolano correnti ideologiche, interessi di carriera, giochi di potere, sia letale per la credibilità della giustizia, o no. Di certo sarebbe indispensabile rivedere alla moviola, alla luce delle parole dello spaccato reso da Palamara, tante vicende giudiziarie: la condanna del Cav per frode fiscale e i giudici che firmarono quella sentenza in Cassazione, a cominciare dal folkloristico presidente; o ancora i motivi per cui Matteo Renzi, che da premier era considerato un mezzo santo, ora, con meno potere, sia diventato, attraverso i genitori, un bersaglio; o ancora, perché una decisione come quella di Salvini sul blocco delle navi che portavano i migranti, condivisa all'epoca anche da chi è ancora al governo anche se di altro colore, da scelta politica diventi materia di processi penali. L'elenco sarebbe lungo, ma chi rischia di pagare il conto più salato sono loro, i magistrati. Secondo un sondaggio della maga Ghisleri, meno del 25% degli italiani ha fiducia nella magistratura: neanche un cittadino su quattro. E entrando nei singoli casi per il 46% degli italiani i processi politici a Salvini sono politici, mentre per il 30% no. Ed ancora per il 41% dei cittadini Berlusconi è stato oggetto di processi politici, mentre per il 35% no. Anche Renzi per il 35% delle persone è un perseguitato politico, mentre per il 34% no (il dato singolare che questi ultimi sono soprattutto elettori di sinistra). Fin qui i magistrati, poi c'è anche un problema di autonomia, di coraggio della politica che, spesso, nel triangolo delle Bermuda sacrifica il garantismo sull'altare del calcolo politico. C'è da chiedersi: come potrebbe Salvini giustificare l'autorizzazione all'arresto del senatore forzista Siclari? O Renzi dire di «sì» al processo a Salvini per il sequestro dei migranti (un reato di per sé assurdo) sulla Open Arms? Purtroppo, solo per calcolo politico.

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