Le urla, l'uomo elegante: quel delitto nel cuore della Dolce Vita

Christa Wanninger fu uccisa in via Veneto a Roma il 2 maggio 1963: il suo omicidio sconvolse il jet set dell'epoca, per via delle sue frequentazioni importanti

Le urla, l'uomo elegante sulle scale: quel delitto nel cuore della Dolce Vita

Una giovane donna arriva in una grande città inseguendo un sogno. Arriva nella capitale del cinema, bellissima, senza un soldo e con grandi speranze. Viene uccisa in modo brutale, e il suo è all’apparenza il delitto perfetto. No, non è la storia di Elizabeth Short a Los Angeles, la Black Dahlia che ha ispirato letteratura e cinema: il suo nome era Christa Wanninger, era una giovane tedesca che da Monaco di Baviera si era spostata nell’altra capitale del cinema, Roma, per avviare una carriera come modella e nel mondo dello spettacolo. Ma trovò la morte a 23 anni sul pianerottolo di un condominio di via Veneto.

È il 2 maggio 1963 e la storia di Christa è passata alla storia come uno dei “delitti della Dolce Vita”. Dietro al mondo patinato del jet set romano, venne commesso il suo efferato omicidio che, a differenza di quello di Elizabeth Short, non rimase però insoluto. “Christa è morta senza raggiungere il successo”, racconta a IlGiornale.it Fabio Sanvitale che, con Armando Palmegiani, ha scritto il libro “Morte a via Veneto” che raccoglie la storia di Wanninger e quella dei coniugi Bebawi che nel 1964 furono accusati di aver commesso un omicidio e nel 1968 furono condannati in appello in contumacia.

"La vicenda dei coniugi Bebawi e quella di Christa sono storie accadute a pochi metri di distanza - prosegue Sanvitale - Il punto di contatto è che raccontano due facce della medaglia della Dolce Vita. Siamo abituati a pensare a essa come al jet set, le copertine, il benessere. Ma non c’erano solo i personaggi ricchi come i Bebawi, c’era anche Christa, una ragazza che arriva da Monaco di Baviera in cerca di fortuna e dorme dietro un separé nel corridoio di una pensione perché le stanze erano finite. Da un lato ci sono i Bebawi, straricchi che uccidono una vittima anche questa straricca. Dall’altro lato c’è Christa che arriva a Roma, combina un po’ di disastri sentimentali, trova un fidanzato con cui a fasi alterne litiga e si riappacifica. All’epoca le donne tedesche subivano il mito del maschio italiano, vitellone e gran seduttore, ovviamente benestante. Nella vita, scriveva William Shakespeare, ci sono grandi attori e grandi comparse. Ci sono i Bebawi e c’è Christa, che pranzava con un cappuccino, sperando che qualcuno la invitasse a cena".

La dinamica del delitto

È un giovedì pomeriggio sul presto. Christa ha appuntamento con un’amica e connazionale, un’ex ballerina tedesca fidanzata con un italiano, Gerda Hodapp. Gerda vive in un condominio di via Emilia, che ha un ingresso posteriore su via Veneto. Il condominio è custodito, c’è una portiera che però in quel momento si è assentata, chiedendo a una vicina di dare un occhio alla guardiola: deve dare alcune comunicazioni a una donna che vive in uno degli appartamenti.

Il luogo del delitto

Ma in pochissimi minuti si consuma una tragedia: una donna urla, un uomo elegante scende le scale, avvistato da ben sei testimoni, la portiera sale fino al piano di Gerda e trova Christa accasciata sul pianerottolo. Crede che si sia sentita male, ma sotto il corpo di Christa, che rapidamente perde conoscenza, si allarga una pozza di sangue, causata dai colpi di coltello vibrati dal suo aggressore.

Oltre alla portiera, altri condomini accorrono. E la prima cosa che fanno è suonare al campanello di Gerda, che però non apre. Christa viene trasportata in ambulanza, ma non c’è nulla da fare: in ospedale Christa viene dichiarata deceduta.

Il ruolo di Gerda Hodapp

Il primo passo degli inquirenti è raccogliere le testimonianze dei condomini. In fondo hanno sentito la donna urlare. Ma quello che interessa loro è ricostruire l’ambiente intorno a Christa, che i giornali dell’epoca descrivevano a torto come una “peripatetica”. Christa ha avuto sicuramente avuto molti uomini: possiede diverse agende con numeri di telefono che appartengono a persone importanti. Ma nessuna di loro è coinvolta nel suo omicidio.

E allora gli inquirenti puntano il dito su Gerda. Perché non ha aperto la porta all’amica che urlava nonostante la stesse attendendo? Pare che Gerda ammettesse persone in casa sua solo su appuntamento, perfino gli operai ingaggiati dal condominio avevano avuto difficoltà nell’accedervi. E allora gli inquirenti la torchiano, ricevendo solo risposte laconiche. La mettono anche preventivamente in galera, ma la misura non sortisce nessun effetto, anche perché Gerda è estranea all’omicidio di Christa.

"Gerda - racconta Sanvitale - aspettava l’amica perché le aveva telefonato. Sappiamo che Christa non ha suonato il campanello ma ha gridato quando è stata accoltellata. Per questo Gerda non può dire di non aver sentito niente. Né può aver ignorato tutto quello che è successo dopo, la gente che è accorsa sul pianerottolo. Gerda ha sentito le urla strazianti dell’amica, è arrivata alla porta, ha capito che fuori stava succedendo qualcosa di drammatico e non ha aperto per paura. Dopo di che ha finto di dormire, perché non poteva dire che non aveva fatto nulla per impedire l’omicidio dell’amica".

Gerda Hodapp

L’uomo in grigio (o forse in blu)

La cosa più interessante che gli inquirenti scoprono è la presenza nel condominio, nei momenti dell’omicidio, di un uomo elegante, che alcuni testimoni dicono essere vestito in abito grigio, mentre altri parlano di abito blu. C’è però una descrizione univoca del suo viso, così viene realizzato un identikit dell’uomo misterioso, che però non si trova, almeno nell'immediato. L’anno dopo però, nel 1964, il quotidiano Momento Sera viene contattato da un uomo. Si chiama Guido Pierri ed è un pittore di Aversa. Dice di essere in possesso di informazioni importanti sull’omicidio, anzi di essere il fratello del responsabile. Nella sua casa gli inquirenti trovano un completo blu, un coltello compatibile con le ferite che hanno ucciso Christa e una poesia, con la data e l’ora dell’omicidio, più alcuni diari decisamente eloquenti, benché in codice. Per gli inquirenti è stato lui.

"Pierri è stato condannato con sentenza definitiva in uno dei processi più lenti della storia d’Italia - illustra Sanvitale - Viene condannato perché si tradisce da solo: nell’immediatezza del delitto scrive una poesia, aggiungendo l’orario dell’omicidio, le 14.30, quasi una confessione. Questo discorso è tornato in auge con il caso di Lidia Macchi, perché anche lì c’era una poesia di un compagno di scuola che fu indagato, ma c’era solo la poesia, e infatti chi la scrisse fu assolto. Nel caso di Pierri abbiamo la poesia che è molto indicativa e poi abbiamo i suoi diari. In questi diari descriveva le sue ossessioni, tra cui pedinare ragazze in maniera anche piuttosto casuale. Lui cercò di nascondere le sue incursioni utilizzando dei nomi in codice: un commissariato diventava un fortino, una ragazza francese di piccola statura diventava una microgallica. Usò una criptoscrittura che però i carabinieri riuscirono a decifrare e trovarono una ragazza francese di piccola statura che riconobbe in Pierri un uomo che le era entrato in casa mesi prima. Pierri aveva progettato dei delitti, come emerse in sede di perizia psichiatrica".

Tuttavia Pierri viene rilasciato. Sono degli anni difficili e le prove vengono ritenute insufficienti, perfino l’identikit del suo volto, con il quale c’è un’innegabile somiglianza. "All’inizio Pierri viene arrestato - aggiunge Sanvitale - ma c’è un enorme problema e cioè che i diari decodificati dai carabinieri non vengono ritenuti una prova dal magistrato. Iniziano a fare a Pierri una perizia psichiatrica, ma dato che è a piede libero e la cosa inizia a cadere, lui smette di andarci dallo psichiatra. E addirittura gli restituiscono i diari. L’indagine si ferma. Riprende solo anni dopo ma su iniziativa privata".

Le indagini riprendono infatti solo nel 1971 e nel 1978 Pierri viene assolto per insufficienza di prove. L’uomo viene condannato solo nel 1988: secondo la Cassazione è stato lui a uccidere Christa, ma non era capace di intendere e di volere al momento dell’omicidio. Pierri resta però libero: avviatosi da tempo a una nuova vita, viene riconosciuto non pericoloso dalla giustizia italiana. Ma dai suoi diari emerge un dilemma inquietante.

L'identikit dell'assassino

Un serial killer mai scoperto?

"Pierri aveva grossi problemi con la figura paterna - commenta Sanvitale in relazione al movente - Era convinto di dover riscattare la propria nullità attraverso gli omicidi: prendendosi la vita di una persona, esercitava il suo potere assoluto. Nella sua confusione mentale riteneva di poter dimostrare a se stesso di essere una persona adeguata". La giustizia ha quindi riconosciuto il pittore colpevole dell’omicidio di Christa, ma, stando ai suoi diari, Pierri aveva progettato di uccidere una misteriosa ragazza con il cappotto rosso sempre nella zona di via Veneto, ma non è Christa perché lei aveva un cappotto verde: nei diari ha scritto di essere salito con lei in ascensore, il che potrebbe rappresentare la medesima dinamica con cui avrebbe avvicinato Wanninger quel triste 2 maggio 1963. Pierri sarebbe potuto essere un potenziale serial killer?

"È possibile che Pierri abbia commesso altri omicidi - dice Sanvitale - ma non ne ha parlato nei diari e quindi non abbiamo modo di ricollegarlo. I diari, che lui aveva gettato via, per fortuna erano stati ricopiati dai carabinieri e quindi si ritrovarono. Non si può escludere che abbia fatto altro e che non lo abbia scritto".

I diari di Pierri, come per altri delitti, rappresentarono quindi una testimonianza fondamentale per comprendere il fatto criminoso. E al tempo stesso sono un topos: dalla Saponificatrice di Correggio ad Angelo Izzo, sono stati molti gli assassini a tenere una sorta di memoriale delle proprie “gesta”. "Per alcuni criminali, i diari rappresentano il piacere di raccontarsi, perché la scrittura è una forma di memoria e così possono rivivere il ricordo - conclude Sanvitale - Ma tutto dipende, se ad esempio c’è una patologia in atto, e quindi i diari possono essere infidi, come per la Cianciulli, che scrisse un memoriale lunghissimo e pieno di balle. Pierri ha raccontato la verità, anche se una verità nella sua testa. Altri omicidi l’hanno fatto perché richiesto dagli psichiatri, il diario è un mezzo di studio è valido a tutt’oggi. Per loro può essere a volte anche un modo per vantarsi, altre per giustificarsi, dipende anche da chi lo chiede il memoriale. A Pierri non l’aveva chiesto nessuno, quindi immaginiamo che sia stato molto onesto con se stesso". Nonostante i diari, Pierri ha sempre affermato di essere innocente e di averli scritti in un impulso letterario di ispirazione giornalistica.

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