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Gli umori, le viscere e la giustizia

Negli ultimi giorni sono uscite dalla pancia della maggioranza di centrodestra, più precisamente da settori di Fratelli d'Italia e della Lega, proposte che non sono certo nate sotto il segno del "garantismo".

Gli umori, le viscere e la giustizia

Negli ultimi giorni sono uscite dalla pancia della maggioranza di centrodestra, più precisamente da settori di Fratelli d'Italia e della Lega, proposte che non sono certo nate sotto il segno del «garantismo». Si è partiti con l'idea del venir meno della patria potestà per le donne condannate con sentenza definitiva per reati gravi. Si è andati avanti con l'ipotesi di abolire il reato di tortura. Infine sono stati presentati una serie di emendamenti sul provvedimento riguardante l'attuazione del Pnrr - ritirati, poi, perché non c'entravano un fico secco - che vanificherebbero la riforma Cartabia per quella parte che impedisce ai magistrati che ricoprono ruoli apicali nei ministeri di tornare subito nei Tribunali, dandogli immediatamente la possibilità di assumere posizioni direttive senza attendere i quattro anni previsti dalla legge come periodo di decantazione da incarichi di natura politica.

Diciamo subito che non sono iniziative del governo, anche perché quel galantuomo del ministro della Giustizia, Carlo Nordio, per storia e convinzione, ha i geni del garantismo nel Dna. Come pure bisogna riconoscere che si tratta di proposte che rispondono anche a problemi reali (le forze di polizia, ad esempio, non sanno come comportarsi negli interrogatori) solo che agiscono da una parte per eccesso e, dall'altra, rischiano di disorientare l'apparato giudiziario. Ad esempio, se non fosse stata approvata cinque anni fa una legge che istituisce il reato di tortura «nulla quaestio»; ma ora abolendola si rischia di dare un messaggio contrario che potrebbe rivelarsi pericoloso. Stesso discorso vale per la strana teoria di togliere la patria potestà dei figli ad una donna condannata con sentenza definitiva: si tratta solo di un'ulteriore umiliazione, priva di umanità, inflitta a una persona che deve sopportare il calvario delle condizioni del nostro sistema carcerario. Come pure è stravagante l'opinione di intervenire nuovamente sul divieto delle porte girevoli tra politica e magistratura: sei mesi fa è stata approvata una riforma che limitava lo strano connubio che ha caratterizzato negativamente gli ultimi quarant'anni di storia italiana, tornarci su ora, dopo neppure un anno, sia pure con una modifica parziale, non aiuta di certo e manda a benedire uno dei tanti dogmi scritti sull'acqua di cui ci si riempie la bocca nei tribunali: «Un giudice non deve solo essere imparziale, ma apparire tale».

La verità è che queste iniziative nascono da umori e impulsi viscerali di impronta, per usare un'espressione abusata, populista. Solo che il populismo non è una categoria che va a braccetto con una corretta amministrazione della giustizia. O, meglio, si approccia a questi temi con troppa disinvoltura. Un approccio che non va molto d'accordo con il garantismo, che è uno dei filoni culturali costitutivi almeno di una parte di questo centrodestra (Silvio Berlusconi non si stanca di ripeterlo). E non va dimenticato che, nella primavera dello scorso anno, i partiti del centrodestra, sia pure con posizioni differenti, si sono impegnati in una campagna referendaria di impronta garantista sulla giustizia.

Ecco, forse, prima di gettarsi in avventure su temi così delicati, un supplemento di riflessione non guasterebbe. Sarebbe consigliabile evitare gare a chi la dice più dura e promuovere un confronto nella maggioranza. Per dirla tutta, sarebbe meglio affidarsi al governo, alle sue competenze, invece di dare vita a iniziative estemporanee.

E, magari, controproducenti.

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