Vietato fare un film da Oscar senza neri, gay, lesbiche e disabili

C'erano una volta un bianco, un nero, un giallo, un indiano d'America, una lesbica, un gay e un disabile... In futuro, i film cominceranno tutti così

C'erano una volta un bianco, un nero, un giallo, un indiano d'America, una lesbica, un gay e un disabile... In futuro, i film cominceranno tutti così, per rispettare le nuove norme anti-discriminazione pubblicate martedì sulla pagina ufficiale della Academy, che assegna gli Oscar. I registi, se non vorranno essere eliminati dalle nomination per la miglior pellicola, dovranno tenere conto delle cinque pagine di regolamento. Le riassumiamo. Dal 2024 le sceneggiature dovranno rispettare due dei quattro standard indicati con le lettere dell'alfabeto A-D. Per ogni standard, è presente un certo numero di punti qualificanti, necessari, in parte o del tutto, per essere «a posto» con la coscienza e l'arte cinematografica. Si direbbe il modulo di iscrizione a un concorso di Stato per un posto da burocrate di terza fascia in un ministero sovietico dell'epoca di Breznev. Invece è il regolamento degli Oscar, nati per premiare la qualità. Tenetevi forte e preparate una calcolatrice. Requisiti richiesti per adeguarsi allo standard A. Almeno uno degli attori protagonisti o non protagonisti ma di primo piano deve appartenere a una minoranza etnica (segue sterminato elenco). Almeno il 30 per cento del cast deve appartenere a una delle seguenti categorie: donna; gruppo etnico o razziale di minoranza; LGBTQ+; disabile. La storia principale è centrata su un gruppo sotto-rappresentato (gli stessi al punto precedente). Standard B. Nella troupe, almeno due dei principali lavoratori (segue elenco) devono appartenere a un gruppo sotto-rappresentato; almeno una di quelle posizioni lavorative deve essere assegnata a una minoranza etnica o razziale; almeno sei altri membri della troupe, in posizione secondaria, devono appartenere a una minoranza etnica o razziale; almeno il trenta per cento del totale della troupe, senza distinzioni di ruolo, deve appartenere a una categoria sotto-rappresentata. Vi lasciamo i dettagli e vi risparmiamo i punti C e D. Le prescrizioni sono le stesse ma riguardano le pari opportunità negli stage retribuiti e la promozione del prodotto finale. In attesa dell'entrata in vigore, per i prossimi due anni, i registi dovranno spiegare, con una lettera alla Academy, i motivi della mancata osservanza delle percentuali.

Secondo questi criteri, posti a tutela del politicamente corretto, Il grande dittatore di Charlie Chaplin, capolavoro del 1940 e atto d'accusa contro il totalitarismo nazista, oggi non potrebbe correre nella categoria miglior film degli Oscar. Non vorremmo essere nei panni di chi vuole realizzare un film sui vichinghi, potrebbe rivelarsi un'impresa impossibile. Che dire poi dei film in costume? Nel Dottor Zivago non ci sono afroamericani o indiani d'America, che si fa? E Il nome della rosa, ambientato in un monastero del Medioevo, senz'altro carente di quote rosa? Aggiungiamo una suora (possibilmente gender fluid) di origini nigeriane? George Orwell, nell'aldilà, sta morendo d'invidia, tutto questo sembra un capitolo espunto dal suo 1984. Non vince il migliore e basta. Vince il migliore tra chi tiene conto di origine, genere, orientamento sessuale e disabilità dei partecipanti, davanti e dietro la cinepresa. Risultato prevedibile: perdita di autorevolezza e interesse del premio in questione, «film» già visto, in piccolo, nel campo letterario.

Hollywood, un tempo amorale regno di Babilonia, è oggi il faro della cultura del piagnisteo, come la chiamava il critico d'arte Robert Hughes. Il rispetto delle minoranze, chiariamo: sacrosanto, si è trasformato in rivendicazione di uno statuto speciale, pronto a diventare regola tassativa. Fino a quando restiamo nel campo del cinema, cioè dell'intrattenimento, possiamo forse liquidare tutto con una risata sarcastica. Ma spesso lo spettacolo è solo l'ariete utile a sfondare le porte del diritto e a distruggere la società aperta. Cediamo la parola al Giovanni Sartori di Pluralismo, multiculturalismo e estranei. Le rivendicazioni di un numero crescente di minoranze (spesso astoriche e inventate di sana pianta) portano «a leggi diseguali caratterizzate da eccezioni». I diritti di cittadinanza dello Stato liberale sottraggono l'individuo all'arbitrio perché le leggi si applicano senza distinzioni. Al contrario, la moltiplicazione dei diritti, attribuiti in funzione dell'appartenenza a una minoranza protetta da leggi ad hoc, porta alla frammentazione e reintroduce l'arbitrio. Allo Stato è attribuito il dovere di intervenire e il potere di discriminare. Netto il giudizio: «Il passo all'indietro è mastodontico». E noi ne abbiamo già fatti un paio, nonostante i concetti spiegati alla perfezione da Sartori siano le basi (un tempo elementari) del pluralismo. Negli Stati Uniti, le innegabili tensioni razziali tra bianchi e neri, al limite della guerra civile, sono state ben rinfocolate dal multiculturalismo, che incoraggia a non riconoscersi nella legge dello Stato ma a chiudersi in quella della tribù, come previsto da Tom Wolfe nel romanzo Le ragioni del sangue (Mondadori). Gli estremisti di tutte le fazioni, nel libro, approfittano del caos per scatenare timori e paranoie, cercando di impadronirsi del potere. C'è chi perde la testa e cede alla tentazione della violenza. Questo non giustifica nessuno, figuriamoci, però aiuta noi a comprendere perché la gente si affronti armi in pugno.

Pupi Avati ieri ha ricevuto un riconoscimento nell'ambito della Mostra del cinema di Venezia. Come ha raccontato il Giornale, la rivista Variety ha criticato la Biennale perché in giuria, da troppi anni, non ci sono neri. Contro osservazione del grande regista: «Qualcuno si scandalizza perché nella giuria di Venezia non ci sono giurati neri? È vero ma neanche i cinesi ci sono in giuria quest'anno».

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