Virus, intrighi e colpi bassi. La guerra nella sanità veneta

Il "modello veneto" ha contenuto il virus. Ma esplode la lite sui meriti. L'intervista di Zaia, le frasi non dette: cosa c'è dietro

Virus, intrighi e colpi bassi. La guerra nella sanità veneta

Spesso il diavolo sta nei dettagli. Aforisma valido per molti aspetti della vita, così come in politica. Sabato scorso i più attenti non si saranno fatti sfuggire l’intervista a Repubblica con cui il governatore del Veneto, Luca Zaia, rivendicava di aver inventato il metodo Veneto del tamponamento di massa contro il coronavirus. Il merito "è della mia squadra, Andrea Crisanti è arrivato dopo", ha detto il leghista, mettendo un freno alla vulgata popolare che da giorni incorona il professore dell'Università di Padova come "salvatore" del leone di San Marco. Un'intervista che però pecca di imprecisione e che in qualche modo nasconde quello che ai più appare come il tentativo di sedare una rivolta all’interno del gruppo di esperti della sanità veneta, guidata dal direttore generale Domenico Mantoan, contro l'esposizione mediatica del "virologo di Vo'" arrivato dall'Imperial College di Londra.

Gli indizi del malcontento sono almeno tre, e seguono la cerimonia di consegna del sigillo di Padova a Crisanti. Lunedì scorso il Corriere pubblica un articolo da cui trapelano alcune insofferenze per l'eccesso di tamponi cui è sottoposto l'ospedale padovano. Poi a stretto giro arriva l'intervista di Zaia che ridimensiona il ruolo del virologo ("È arrivato dopo", dice, ma "noi eravamo pronti da un mese grazie alla dottoressa Russo, una catanese che dirige il Dipartimento di prevenzione"). Infine ieri appare un articolo su Libero che incensa proprio Francesca Russo, "dipendente, non una esterna" (!), capace di far "breccia nel cuore del leghista" e di predisporre i tamponi di massa e l'isolamento fiduciario. Insomma: sarebbe lei, e non Crisanti, la madre del modello Veneto.

È tutto vero? IlGiornale.it è in grado di ricostruire nel dettaglio il processo che ha portato alla nascita della via veneta alla lotta al coronavirus. Vero è che, come detto da Zaia, le decisioni di sottoporre l'intera popolazione di Vo' a tampone e di chiudere l'ospedale di Schiavonia vengono prese prima che Crisanti appaia sulla scena. Mossa importante, e va dato atto al governatore di averla fatta non solo contro le indicazioni dell'OMS, ma anche contro "la volontà" della task force che lo consigliava. Bravura o fortuna? Sarà la storia a deciderlo. Quel che però appare chiaro è che gli esperti della sanità veneta non si accorgono subito dell'importanza di quanto appena realizzato a Vo' e non sembrano intuire il significato scientifico ed epidemiologico di quanto emerso dalla ricerca.

La svolta avviene alla fine della prima settimana di marzo. In quei giorni Crisanti contatta Zaia per suggerire una più incisiva politica di sorveglianza attiva, andando a cercare i casi attorno ai focolai già conosciuti, testando a raffica la popolazione e isolando contatti e infetti. Il Veneto è ancora incerto sulle strategie da adottare. Basti pensare che quando il 7-8 marzo Palazzo Chigi decide di rendere zona rossa l'intera Lombardia e altre 14 province, tra cui Venezia, Padova e Treviso, una relazione del Comitato tecnico scientifico regionale scriveva che "non si comprende il 'razionale' di una misura che appare scientificamente sproporzionata all'attuale andamento epidemiologico". Per Crisanti, intanto, l'unico modo per bloccare l’infezione è quello di creare unità mobili per raccogliere i campioni, potenziare i laboratori che fanno test (a lui si deve l’acquisto di un macchinario che ne processa 9mila al giorno) e per ogni positivo identificato sottoporre a tampone i parenti e tutti gli abitanti nel raggio di 100 metri.

A convincere il professore della bontà di questa strategia sono i risultati che arrivano dal secondo campionamento di Vo', chiesto al governatore proprio da Crisanti e realizzato alla fine del periodo di isolamento della zona rossa. I dati dicono che nella piccola cittadina focolaio, identificando i positivi, è stata bloccata la diffusione del virus, passando da un 3% di infetti a circa il 2,5 per mille. Il virologo si accorge che scovando gli asintomatici e mettendoli in isolamento si riduce anche l'incidenza dei casi gravi, cioè di quelli che finiscono in terapia intensiva, e si favorisce l'accelerazione del tasso di guarigioni. È a quel punto che Crisanti suggerisce di esportare in tutto il Veneto il "Modello Vo'", raddoppiando la capacità di Padova e Schiavonia di eseguire tamponi, attivando laboratori nelle altre province, testando tutti i sintomatici lasciati a casa senza diagnosi e anche le categorie a rischio come polizia, carabinieri, personale sanitario.

È vero quindi che senza la decisione di testare tutta Vo' subito dopo il primo caso, il 22 febbraio, nessuno avrebbe potuto scoprire gli asintomatici. Appare però altrettanto vero che senza le intuizioni di Crisanti probabilmente il "Modello Veneto" non sarebbe mai nato. Anche se i mugugni interni ai vertici della sanità veneta, è evidente, non la pensano così.

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