Coronavirus

Zone rosse chiuse in ritardo: le carte che inguaiano Conte

Il Cts, a fine febbraio, invitava l'esecutivo a chiudere le aree più colpite dal Covid. Ma il Conte-bis ha perso 10 giorni

Zone rosse chiuse in ritardo: le carte che inguaiano Conte

Con la desecretazione dei verbali redatti dagli esperti del Comitato tecnico scientifico, che ha affiancato il governo nella gestione dell’emergenza sanitaria causa epidemia-pandemia di coronavirus, sono venuti a galla i ritardi nella gestione della crisi dovuta al Sars-Cov-2. A partire dall'istituzione delle zone rosse.

Infatti, già sul finire del mese di febbraio – quando il virus era già diventato una minaccia a noi vicina, e non più uno spauracchio limitato alla Cina, vista l’esplosione del caso di Codogno e Vo' Euganeo – il Cts chiedeva all’esecutivo misure restrittive per circoscrivere i focolai. Una richiesta accolta però da Roma solamente dopo dieci giorni. Duecentoquaranta ore probabilmente decisive, visto che in casi epidemiologici le tempistiche sono tutto, o quasi.

Insomma, le aree del Belpaese attaccate con virulenza dal coronavirus sono state "sigillate" con un ritardo di dieci giorni. In data 28 febbraio, come si può leggere in uno dei documenti ufficiali che la Fondazione Einaudi è riuscita a portare alla luce, il Comitato tecnico scientifico scriveva: "Le Regioni Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto presentano una situazione epidemiologica complessa attesa la circolazione del virus, tale da richiedere la prosecuzione di tutte le misure di contenimento già adottate". E qui gli esperti elencano tutta la serie di contromossa da adottare il prima possibile per le zone rosse: chiusura di tutte le attività commerciali, sospensione di tutte le manifestazioni organizzate, di carattere non ordinario e di eventi in luogo pubblico e privato, anche di carattere culturale, ludico, sportivo e religioso, anche se svolte in luoghi chiusi ma aperti al pubblico. Ovviamente, serrata di scuole e università.

Seguono dieci giorni di non decisioni e solamente l’8 marzo il premier Giuseppe Conte firma il Dpcm che chiude limita gli spostamenti tra le regioni del Nord: Lombardia, Emilia-Romagna, Piemonte e Veneto. Tre giorni più tardi, l’11, sarebbe scattato il lockdown nazionale.

Insomma, una risposta non certo tempestiva del governo, visti i dieci giorni di "buco" . E il colpevole ritardo del governo ha interessato specialmente le "zone rosse" di Alzano e Nembro, in provincia di Bergamo, i due comuni più colpiti del Paese. La situazione critica nel bergamasco, infatti, era stata attenzionata dal Cts e anche in questo caso la commissione di esperti, in data tre marzo, aveva invitato il governo a istituire quanto prima la zona rossa. Nel verbale di cui l'Eco di Bergamo ha preso visione, infatti, si leggeva:"Il Comitato propone di adottare le opportune misure restrittive già adottate nei comuni della zona rossa anche in questi due comuni, al fine di limitare la diffusione dell’infezione nelle aree contigue". Blindare quindi le due realtà di Bergamo come Codogno, nel lodigiano. Cosa che è successa però solamente a una settimana di distanza dall’inascoltata richiesta degli esperti.

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