RomaStefano Cucchi poteva essere salvato. Se fosse stato curato adeguatamente dai medici dellospedale romano Sandro Pertini dove era stato ricoverato, il geometra trentenne arrestato lo scorso 15 ottobre per droga sarebbe ancora vivo. Non è morto per un pestaggio, come pure è stato ipotizzato dai magistrati (che infatti hanno messo inchiesta tre guardie penitenziarie oltre a tre medici). O almeno non solo per quello, ma per le omissioni e le negligenze dei medici che hanno sottovalutato le sue condizioni di salute.
Sono queste le conclusioni a cui è arrivato il pool di esperti guidato dal direttore dellistituto di medicina legale della Sapienza Paolo Arbarello, che ieri ha illustrato la relazione consegnata in Procura. «Cucchi non è stato curato bene - spiega Arbarello - non sono state messe in atto terapie che avrebbero potuto scongiurarne la morte, non è stata colta la gravità della sua condizione». Un quadro clinico preoccupante, quello del giovane detenuto: soffriva di ipoglicemia, aveva disturbi epatopancreatici, elettrolitici e bradicardia, oltre ad essere cachettico e magrissimo. Il tutto aggravato dalla decisione di smettere di alimentarsi per protesta. La conclusione dei consulenti della Procura concorda, in sostanza, con quella della commissione parlamentare di inchiesta sul servizio sanitario presieduta da Ignazio Marino. Su un punto in particolare cè identità: le fratture trovate sul corpo di Cucchi, forse legate al presunto pestaggio, non sono state mortali. Un dettaglio importante per gli agenti indagati. «Dalla consulenza non emerge alcun segno di pestaggio», sostiene uno dei difensori, Diego Perugini.
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