Addio a Livio Garzanti, editore per tutti e per pochi

Portò in ogni salotto d'Italia una mini-enciclopedia. Lanciò esemplari collane di saggistica e poesia. Pubblicò giganti come Gadda, Pasolini e Soldati

Addio a Livio Garzanti, editore per tutti e per pochi

Con un po' di civetteria, qualità che, insieme al distacco e al rigore, non deve mai essergli mancata, Livio Garzanti si definiva un «editore in pensione». In effetti, aveva venduto a UTET e Messaggerie la casa editrice di famiglia già nel 1995. Ma nessuno dubitava che rimanesse uno degli ultimi, grandi editori di cultura che il nostro paese abbia avuto. Uno che ha legato il suo nome a una stagione irripetibile, e che ha vissuto l'editoria anche come una formidabile avventura intellettuale. Ricordo di averlo conosciuto a Siena ai funerali di Calvino, nel 1985. Lo accompagnava Gina Lagorio, la scrittrice ligure che era diventata sua moglie, autrice di romanzi come La spiaggia del lupo e Tosca dei gatti , temperamento forte, generoso, estroverso. Oltre che bellissima donna. Fu lei che me lo presentò, e vicino a lei, commossa sino alle lacrime, Livio Garzanti mi sembrò un uomo elegante, freddo, abitato da non so quale malinconia e insoddisfazione. Era in quel momento il presidente di una casa editrice che rappresentava un punto di riferimento culturale così prestigioso che persino Italo Calvino, dopo una intera carriera legata all'Einaudi, aveva scelto proprio poco prima della scomparsa di approdarvi. Ed era un editore di letteratura, che nutriva passioni letterarie egli stesso. Oggi la società è cambiata a tal punto che pubblicare letteratura è un lusso e una sfida che pochi editori possono permettersi. Livio Garzanti se lo permise allora, con grandi ambizioni, credendo che l'editoria, oltre che ad essere un business, come è giusto che sia, debba anche produrre e promuovere conoscenza, valori e stile. Non era un self-made man come Arnoldo Mondadori e Angelo Rizzoli. Aveva alle spalle un padre, Aldo, uomo di solida formazione mazziniana, che da Forlì era approdato a Milano per diventarvi, da insegnante, industriale a capo di un ramificato numero di aziende. Soltanto nel 1936, con l'acquisto e la trasformazione in Garzanti della Treves, gloriosa ma ormai decotta, per i cui tipi avevano pubblicato D'Annunzio e Pirandello, entra nel mondo dell'editoria. Dal 1952, il figlio Livio gli subentra nella direzione e poi, dal 1961, nella presidenza della casa editrice di Via della Spiga. Ed è sotto l'impulso di Livio che la Garzanti vira verso scelte che si riveleranno capitali nella storia della letteratura del secondo Novecento. Intanto si circonda di super consulenti come Attilio Bertolucci e Pietro Citati. E nel giro di pochi anni pubblica libri come Ragazzi di vita di Pier Paolo Pasolini (1955), cui seguì un clamoroso processo in seguito alla accusa di oscenità, o come Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana , che darà fama a Carlo Emilio Gadda, e diventerà un modello per tanta sperimentazione linguistica successiva, mai all'altezza dell'originale. E poi pubblica Paolo Volponi, Goffredo Parise, che nel suo romanzo industriale Il padrone sembra adombrare nel protagonista la figura dell'editore stesso, Mario Soldati, che ha avuto forse minore fortuna critica ma oggi mostra una freschissima leggibilità e una limpidezza di stile che non teme confronti. Per la poesia, la casa editrice di Via della Spiga dà vita a una collana che raccoglie molte voci importanti del Novecento, e che per compattezza e prestigio è seconda soltanto allo Specchio di Mondadori. Vi si leggono tra gli altri Pasolini, Bertolucci, Bellezza, Penna, Caproni e soprattutto Luzi, che è sempre cresciuto libro dopo libro, sino ad affermarsi come una voce essenziale e profetica. Per noi allora più giovani, le collane Garzanti erano un riferimento obbligato: per la saggistica, vi fu una stagione in cui la «collana blu» divenne la più vivace, attenta e propositiva nel panorama italiano. Ma io ricordo anche che fu grazie a Garzanti che lessi gli stupendi racconti di Truman Capote, e che, su un versante diverso, mi imbattei in Congo di Michael Crichton, autore di cui capii subito la portata di novità romanzesca e mitopoietica. Nel 1962 cominciarono ad uscire le «garzantine», originali e flessibili enciclopedie in un solo volume che spaziano oggi in tutti i campi, diritto ed economia, filosofia e letteratura, cinema e televisione, ma anche sport, vino, cucina. Livio Garzanti, insieme alla progettazione e realizzazione di tutto questo, trovò anche il tempo di seguire una sua vocazione di scrittore. Fu autore di L'amore freddo (1979), La fiera navigante (1990) e di una serie di racconti, Una città come Bisanzio (1985), e un anno dopo la scomparsa di Gina Lagorio, pubblicò in memoria di lei un saggio intitolato Amare Platone . Libri animati dalla forte tensione filosofica, dall'acuta sottigliezza di analisi di un intellettuale che ha speso tanta parte della sua vita per i libri degli altri.

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