Ansaldo, un eretico conservatore

L'intellettuale genovese si definiva "antifascista riluttante", poi vide in De Gasperi l'erede di Giolitti

Ansaldo, un eretico conservatore

Nell'aprile 1934 apparve sulla New York Times Book's Review un articolo dedicato a Giovanni Ansaldo scritto da Henry Furst, intellettuale americano poliglotta di origine tedesca che aveva seguito d'Annunzio a Fiume. Furst recensiva un libro di Ansaldo dal titolo Calendarietti in realtà mai pubblicato. La storia di questo libro inesistente è curiosa: lo aveva caldeggiato Leo Longanesi che desiderava raccogliere gli stelloncini di Ansaldo pubblicati sul quotidiano genovese Il Lavoro , ma l'autore delle argute e polemiche noterelle non era d'accordo, ritenendo che quegli scritti fossero «troppo leggeri, troppo effimeri per resistere alla prova del tempo».

Quell'articolo presentò al pubblico americano, per usare le parole di Furst, «uno dei maggiori prosatori italiani» e ne fornì un ritratto che coglie nel segno: «Ansaldo non ha nessuna pretesa di essere moderno. Egli è per l'equilibrio, la grazia, i coturni e le vesti curiali, e ha più del diciottesimo che del diciannovesimo secolo. Crede nel buon senso, nella tradizione, nel valore dell'umanesimo, in tutte le cose che oggi sono in così grande ribasso. Deride le ambiziose pretese della scienza e crede nella efficacia della fede, anche se è una fede che egli, da scettico impenitente, non condivide». Ansaldo aveva «un infallibile talento per vedere un nuovo e insospettato lato di ogni questione» e lo esercitava così bene che «riflettendovi ci si accorge che egli generalmente prova di avere ragione».

Quando apparve questa singolare recensione, Ansaldo non aveva ancora compiuto quarant'anni, ma era già un giornalista affermato, protagonista della vita culturale e politica. Lo dimostrano i due tomi delle Memorie (Aragno, pagg. LIV-816, euro 50) dedicati al decennio 1920-30 e introdotti da uno splendido saggio di Giuseppe Marcenaro il quale fornisce non solo una biografia accurata di «Stella Nera» (lo pseudonimo con cui Ansaldo firmava i Calendarietti ) ma anche un quadro dell'effervescente clima culturale della Genova dei primi due decenni del '900. Costruiti attorno alle pagine del diario che Ansaldo tenne con scrupolo e integrati da lettere a familiari e amici, taccuini di viaggio, note di lettura e missive inviate all'autore da personalità del mondo culturale e politico, questi volumi di Memorie sono una miniera inesauribile di notizie, aneddoti, ritratti ironici, moralità.

Alla carriera giornalistica, Ansaldo, rampollo di una famiglia che annoverava capitani d'industria e capitani di mare, oltre a servitori dello Stato, si avvicinò prestissimo. Il «demone della scrittura» lo prese neppure ventenne: i primi articoli apparvero su periodici culturali locali e poi sulla rivista L'Unità di Gaetano Salvemini e sul quotidiano Il Lavoro diretto da Giuseppe Canepa. In seguito, come osserva Marcenaro, egli sarebbe diventato «uno dei più importanti giornalisti italiani del Novecento. Giornalista in senso classico, a mezzo guado tra il flâneur delle notizie e la letteratura. Più che un commentatore politico, un narratore della vita».

Per i più il nome di Giovanni Ansaldo è legato alle stagioni in cui diresse negli anni '30 Il Telegrafo di Livorno, quotidiano della famiglia Ciano, e poi, nel secondo dopoguerra, Il Mattino di Napoli, oltre che alla collaborazione con Longanesi sulle pagine di Il Borghese e nella sua casa editrice. I due volumi delle Memorie gettano luce sull'intensa attività giornalistica che il giovane Ansaldo esercitò negli anni '20. È un Ansaldo per certi aspetti diverso da quello della maturità, da quel personaggio che, anche nell'iconografia - lui così alto e imponente, posato, elegante, con la lobbia e il bastone da passeggio -, evocava il prototipo del conservatore, scettico, moralista e ironico, del nostalgico cantore dei bei tempi che furono, quelli della borghesia ottocentesca e del Giolitti «ministro della buona vita». È un Ansaldo che, nel clima e fra le passioni incandescenti del primo dopoguerra, è sensibile alle pulsioni innovatrici e liberal-rivoluzionarie di Piero Gobetti, con il quale stabilirà un rapporto così stretto da diventare una colonna portante della rivista La Rivoluzione liberale . È, ancora, un Ansaldo amico di Nello Rosselli, Riccardo Bauer, Gaetano Salvemini, Giustino Fortunato, Mario Missiroli, Adriano Tilgher, Giuseppe Rensi e tanti altri intellettuali e politici che guardano con sospetto, quando non con aperta ostilità, al fascismo. È l'Ansaldo che finirà al confino come antifascista.

Ma, al di là delle apparenze, questo Ansaldo «antifascista riluttante» (per usare le sue parole) è sempre lui, l'Ansaldo che diventerà «il giornalista di Ciano» e che si innamorerà di De Gasperi visto come reincarnazione di Giolitti. In verità era uno spirito disincantato e volterriano, incapace di prendere sul serio le ideologie. Lo confessò nel '32 nel suo diario: «Impressionabile, mutevole, nevrotico, io non ho, né posso avere, principi politici. Ho di peggio, ho dei puntigli, delle velleità, degli scatti di amor proprio, delle incoerenze derivanti da spirito di contraddizione. Sono stato antifascista soprattutto per una specie di amor proprio, che mi vietava di lasciare il campo degli antifascisti proprio quando ferveva la battaglia; adesso mi riaccosto al fascismo per picca, per far vedere a tutti gli “anti” di cui sono circondato che non sono prigioniero, né della loro amicizia, né del mio passato». Questo era il vero Ansaldo: ironia e intelligenza allo stato puro.

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