«Ballava la casa, ballava il paese E col Vajont venne giù l'Italia»

nostro inviato a Gorizia

È rimasta lì. Alta, all'apparenza sottile, eppure resistente e grigia come la morte. L'onda di piena l'ha appena scalfita. L'acqua è passata sopra, schiumante, cadendo poi a perpendicolo verso valle e trasformandosi in un maglio omicida. Non ha vinto il cemento e l'acciaio, la curva a doppio arco che con ingegneristica precisione annullava i carichi di milioni di tonnellate di liquido. La diga del Vajont, nata per essere la diga a doppio arco più alta del mondo, potrebbe continuare a ergersi per secoli. Una lapide alta 236 metri e 60 centimetri. Sotto, ai piedi dell'indistruttibile progetto dell'ingegner Carlo Semenza invece, i paesi - figli della secolare pazienza del pietra su pietra - non ci sono più, sostituiti da simulacri figli del senso di colpa.
In pochissimi minuti nella notte del 9 ottobre 1963 circa 270 milioni di metri cubi di roccia scivolarono nel bacino artificiale, provocando un'onda di piena che superò di 100 metri in altezza la diga e che, in parte, risalì il versante opposto lambendo Erto e Casso, in parte si riversò nella valle del Piave, distruggendo quasi completamente il paese di Longarone. Un totale di quasi 2mila vittime, di cui 1450 nella sola Longarone, 109 a Codissago e Castellavazzo, 158 a Erto e Casso. Un disastro immane che era stato ampiamente previsto dai geologi che avevano studiato l'invaso e che avrebbe potuto essere evitato (ma la ditta costruttrice ignorò i segnali d'allarme e le perizie). Ieri, a ricordarlo, mentre si avvicina il cinquantenario, al festival «èStoria» di Gorizia, c'erano alcuni testimoni d'eccezione di quel terribile evento. Il giornalista Giampaolo Pansa, che all'epoca era un ventottenne redattore della Stampa, lo scrittore Mauro Corona che aveva 13 anni e abitava a Erto, e Renato Mingotti presidente dell'«Associazione superstiti del Vajont».
Corona ha raccontato il terrore della gente semplice di Erto che sentendo tremare il monte Toc mentre l'acqua riempiva l'invaso della diga aveva intuito istintivamente il rischio: «Quando ci fu la frana a casa mia in via San Rocco l'acqua toccava il muro.... Io ricordo un rumore irripetibile, un suono enorme continuo che non si può spiegare... C'è chi di quel disastro discute dei dettagli, ma chi se ne frega. Io avevo 13 anni ero solo con la nonna, mio padre a caccia da 5 giorni, mia madre via con un altro da otto anni... Io Stavo con la nonna che disse a me e ai mie fratelli “Pregate che vien giù il Toc”... La casa ballava, il Paese ballava, era impossibile non capire... Poi siamo scappati. Quando è arrivata la luce e abbiamo visto sotto, a valle, sembrava la luna.... tutto giallo, tutto strappato, divelto, coperto».
Giampaolo Pansa invece ha ricostruito come i giornalisti e il resto del Paese vissero il disastro: «Quel 9 ottobre io lavoravo ancora al desk della redazione di notizie italiane della Stampa di Torino, non ero un cronista, era un mercoledì tranquillo, in prima pagina c'era Kennedy che vendeva grano ai sovietici e la Vitti che faceva un nuovo film... A mezzanotte arrivarono le agenzie: dicevano, sbagliando, che in un posto che noi non conoscevamo, Longarone, era crollata una diga... Il caporedattore mi disse: Pansa preparati a partire... Vai verso il Veneto poi richiamaci appena puoi che ti diciamo esattamente dov'è... Arrivai la mattina, alle sei, a piedi perché la strada non c'era più. Incontrai altri giornalisti, la squadra del Giorno. Un collega mi guardò e mi disse: “Tu sei giovane, non hai visto la guerra?” . Risposi di no. E lui: “Allora vai avanti e la vedrai”. Per cinquanta giorni sono rimasto sul luogo di un disastro immane che mi ha segnato per sempre».
E Pansa ha anche reso onore a Tina Merlin, allora sconosciuta corrispondente dell'Unità che per prima e inutilmente aveva denunciato la pericolosità della diga: «Lei fu la prima a capire, ma l'Unitá le pubblicava a stento i pezzi in cui lei denunciava quello che la ditta costruttrice, la Sade, stava facendo speculando con quell'invaso che voleva vendere all'Eni...». E anche le incongruenze della politica: «Venne il presidente del Consiglio, Giovanni Leone: fece un discorso che si concluse con le parole “gente del Vajont avrete giustizia”, ma quando si arrivò al processo era diventato uno dei consulenti che difendevano la Sade... Erano altri tempi, oggi penso lo avrebbero linciato».
Ma oggi quei luoghi in cui si è ricostruito con fatica come sono? Come viene coltivata la memoria del disastro e come si lavora per aiutare chi è rimasto? Corona non fa una descrizione ottimista: «Si parla di Erto vecchia e del progetto di farla entrare nel patrimonio dell'Unesco, intanto però il Paese crolla... e io non posso entrare nella chiesa dove pregavo da bambino perché è pericolante... Dovremmo trasformare il paese in un'università dove si insegni la geologia. La memoria deve essere viva... la memoria è far rivivere i posti... mandarci i giovani».

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