Basta con i libri da ombrellone: ilGiornale.it sfida i lettori

Cari lettori, siete ancora convinti che l’estate sia la stagione migliore per leggere? In verità, leggere solo perché si è in vacanza è inutile e dannoso. Allora basta coi libri dell’estate, i gialli da ombrellone, il romanzo-primo-in-classifica. Smettetela di "sdraiare" il cervello sotto l'ombrellone e datevi a qualcosa di "pesante": segnalateci le vostre proposte

Basta con i libri da ombrellone: 
ilGiornale.it sfida i lettori

Milano - Scusa ma ti voglio sfidare. Anzi, di più. Caro lettore, scusa ma ti voglio provocare. Sei ancora convinto che l’estate sia la stagione migliore per leggere? Ti illudi che sia finalmente arrivato il momento giusto per prendere in mano tutti i libri acquistati e mai aperti durante l’inverno? Credi davvero di tuffarti in un mare di placide letture? Non vedi l’ora di “rifarti” con un’abbuffata vacanziera di titoli e autori che per mesi si sono accumulati intonsi sul comodino...?

Bene, lascia perdere. Niente trucchi da quattro soldi. Meglio mettere le cose in chiaro: leggere così, tanto per leggere; leggere solo perché si è in vacanza e si ha più tempo; leggere “a ore”, come il lettino affittato in spiaggia... non solo è inutile. È dannoso. I libri, soprattutto "certi" libri, possono fare danni più dell’ignoranza. «Quando leggiamo, qualcun'altro pensa per noi: noi ripetiamo solamente il suo processo mentale... quando si legge ci è sottratta la maggior parte dell’attiva di pensare - suggerisce il filosofo Arthur Schopenhauer (1788-1860), una delle menti più sottili e brillanti del suo tempo -. Quindi accade che chi legge molto e per quasi tutto il giorno, piano piano perde la facoltà di pensare. Questo è il caso di molti dotti: hanno letto fino a diventare sciocchi». E ancora: «Tanto più si legge, tanto meno ciò che si è letto lascia tracce nello spirito: diventa come una lavagna su cui si è scritto troppo e in modo confuso». E poi è anche questione di tempo: «Sarebbe una bella cosa comprare i libri se si potesse comperare il tempo per leggere, ma si scambia per lo più l’acquisto di libri con l’acquisto del loro contenuto». Una frase, una sentenza.  

Insomma, leggere può fare male. Ma leggere male può addirittura essere - intellettualmente - fatale. E soprattutto in tempi come i nostri che traboccano di best-seller, di “casi editoriali”, di libri che si leggono tutto di un fiato, di romanzi che hanno la profondità di un saggio e di saggi che hanno la leggerezza di un romanzo, di mega-store pieni zeppi di "novità", di thriller im-per-di-bi-li e di "libri del secolo"... Per di più in un Paese dove si pubblicano 70mila titoli all’anno ma dove meno del dieci per cento degli italiani ne legge più di uno al mese. Difficile scegliere quando l’abbondanza soffoca la qualità e le parole scritte superano quelle lette. E allora? 

E allora, basta con i libri dell’estate, coi gialli da ombrellone, col romanzone-primo-in-classifica.  

Basta con i Bildungsroman alla Vaccinara di Federico Moccia che durano lo spazio di un bagnino. Piuttosto meglio i racconti fuori dal tempo e dalle mode di un narratore di razza che ha attraversato il Novecento come Manlio Cancogni: l’antologia La sorpresa (Elliot) raccoglie i più belli, scritti tra il 1936 e il 1993. Ormai, a 93 anni, Cancogni ha smesso di scrivere, ed è un peccato perché sul "breve" pochi come lui hanno saputo raccontare la faccia drammatica e quella grottesca della vita. Un maestro. Non solo per i vari Vittorini, Malaparte, Cassola, Tobino che lo lessero e lo apprezzarono in passato, ma anche per noi oggi. 

Basta con i tormentoni-polpettoni alla Stieg Larsson, alla Ruiz Zafòn, alla Grisham. Mistero per mistero, non c’è nulla che possa superare il mix di invenzioni, verità storiche, enigmi letterari e finzioni d’autore del falso poliziesco I detective selvaggi del cileno Roberto Bolaño che l’editore Sellerio ripropone oggi, dopo averlo pubblicato la prima volta nel 2003. Un romanzo unico nel suo genere di un autore diventato di culto - come spesso accade - solo dopo la morte, sei anni fa.  

Basta anche con i serial thriller di Giorgio Faletti e con i gialli d’Autogrill di Andrea Camilleri. Se vi piace il crimine in tutte le sue declinazioni, rileggetevi due serie superclassiche, appena tornate in libreria: Il Centodelitti di Giorgio Scerbanenco, che Garzanti ripubblica a quarant'anni dalla sua prima apparizione, una super-antologia di racconti che non vi farà dormire - ma davvero - per tutta l’estate; oppure Gli enigmi dei vedovi neri di Isaac Asimov (minimum fax), raccolta di storie gialle del grande scrittore di fantascienza americano: i "suoi" Vedovi Neri sono un gruppetto di rispettabili signori che una volta al mese si riuniscono a cena per risolvere un piccolo o grande mistero. Anche se, alla fine, a saperla più lunga di tutti è sempre il "vecchio" cameriere Henry... Short stories che sono veri gioielli, di logica e di narrativa.

E poi basta con i libri-intervista a veline, calciatori e vippume vario, basta con i manuali-truffa Come scrivere un romanzo o È facile smettere di fumare... se sai come farlo; basta con gli instant book sul caso o il personaggio del momento, il Papi della ditta Travaglio%co. O la prima biografia post mortem - non autorizzata ovviamente - di Michael Jackson. Se volete davvero delle "indiscrezioni" d’autore, leggetevi piuttosto il volume che raccoglie le migliori interviste della storica rivista The Paris Review appena pubblicate da Fandango (The Paris Review. Interviste): da Saul Bellow a Truman Capote, da James M. Cain a Kurt Vonnegut, un fantastico "dietro le quinte" del mestiere di scrittore e dell’arte della narrazione. Fra trucchi del mestiere, piccoli segreti, tic e giudizi velenosissimi...  

A proposito, basta con gossip, pettegolezzi, cronache a luci rossa di riviste patinate e quotidiani patetici. Se volete un’estate veramente hot, leggete la raccolta di racconti erotici Nella tua carne (Einaudi), storie di seduzioni e di sesso, di lolite e amori senili, di equivoci e vendete, di tradimenti e rimpianti. Firmate, invece che da pennivendoli moralisti, da grandi libertini come Denon e De Sade, decadenti come Barbey d’Aurevilly, surrealisti come André Pieyre de Mandiargues, "metafisici" come Julio Cortázar... Ecco il vero piacere dei sensi.  

E basta anche - tuoni e fulmini!- con le prediche civil-popolari della ditta Saviano&Santachiara. Per un’estate dis-impegnata la lettura obbligatoria sono i saggi raccolti in Homo poeticus (Adelphi) di Danilo Kis, scrittore jugoslavo morto nel 1989, un attimo prima della dissoluzione della sua patria e del suo mondo. Un autore senza etichette né ideologie che parla della grande letteratura europea e americana, dei deliri del Novecento, del senso ultimo dello scrivere (e del leggere): «La scrittura è vocazione, mutazione dei geni e dei cromosomi; si diventa scrittori come si diventa strangolatori ... La scrittura è vanità. Una vanità che talvolta mi sembra meno inutile di altre forme di esistenza. Scrivo, dunque, perché sono insoddisfatto di me stesso e del mondo. Per esprimere quest’insoddisfazione. Per sopravvivere!».  

E infine, per tutti i turisti ciabattoni che prendono d’assalto città d’arte, musei, castelli e abbazie: basta con le visite mordi-fuggi-dimentica, intruppati, accaldati, annoiati pur di vedere un capolavoro di cui, alla fine, non si capisce niente. Allora, meglio starsene in poltrona, tranquilli, e sfogliare, cessò, un vero capolavoro come le opere di Cesare Brandi (1906-1988), fondatore dell’Istituto centrale del Restauro, professore universitario, critico e storico dell’arte: i suoi Viaggi e scritti letterari da poco pubblicati da Bompiani sono il libro per voi: una "guida" meravigliosa per imparare ad amare l’arte, dalla Grecia antica alla Toscana rinascimentale.  

Insomma: ma chi l’ha detto che in vacanza, se si legge, bisogna per forza rilassarsi? Perché si deve sempre "sdraiare" il cervello sotto il sole? Il tempo per noi che leggiamo è poco, e là fuori “loro” che scrivono sono tanti. Per una volta, non fatevi irretire dai saldi librari di fine stagioni, dai pensieri stampati in serie, dalle mode editoriali. Per una volta, leggiamo qualcosa di "pesante".  

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