Brasillach come Dante. Dalla parte di Virgilio

Nella tesi universitaria dello scrittore francese l'ammirazione per l'universalità del poeta di fronte al quale "Goethe impallidisce"

Negli anni Trenta del secolo scorso, l'avvicinarsi del bimillenario virgiliano offrì a un ventenne studente francese l'occasione per una tesina universitaria sull'autore dell' Eneide . In Francia, Virgilio era per i seguaci dell'Action Française di Charles Maurras una figura emblematica: «Il poeta dell'ordine, il poeta dello Stato e della nazione, il poeta dell'Impero» e si doveva a un maurrassiano come André Bellesort un saggio, Virgile. Son oeuvre et son temps , che resta fra le opere fondamentali in materia. Bellesort era stato anche insegnante di liceo del giovane studente in questione, le simpatie del quale verso il movimento di Maurras completavano il cerchio ideologico-intellettuale. Presence de Virgile fu infatti il titolo scelto per la dissertazione che nel 1931 apparve in volume per le edizioni Redier, avendo per fascetta pubblicitaria la frase «Virgilio scampato alla Sorbona»... Lo studente stava per compiere ventidue anni e si chiamava Robert Brasillach.

Nel tempo, critici ostili e critici favorevoli al suo autore si sono trovati d'accordo nel definire Presence de Virgile una sorta di autobiografia, il che è giusto, ma fuorviante, nel senso che l'empatia fra lo scrittore e il suo soggetto serve a illuminare il secondo, non a far brillare il primo, è uno strumento, anche stilistico, per renderlo con maggior nitidezza. A vent'anni, Brasillach ha già le sottigliezze di uno scrittore sicuro di sé. Del resto, lo stesso titolo si muove sull'onda di una contemporaneità che rifugge il romanzo storico e privilegia il presente. Adesso che il libro appare per la prima volta in italiano, in una veste grafica elegante e criticamente ben curata ( Presenza di Virgilio , introduzione di Attilio Cucchi, traduzione e note di Claudio Mutti, fotografie di Cristina Gregolin, Edizioni all'insegna del Veltro, pagg. 251, euro 22) quella «contemporaneità» merita qualche spiegazione, non foss'altro perché, a settanta e passa anni da allora, l'inattualità di Virgilio è, per dirla con Piero Buscaroli, più nicciana che mai, facendo cioè parte di quei mondi e paesaggi intellettuali dove gli imperi scomparsi, sottratti e purificati dalle necessità della storia, vivono nella nostalgia di pochi e in una memoria che solo amore e pietà rendono senza fine, eterna e quindi possibile.

Fra le due guerre, al contrario, imperi vecchi e nuovi si fronteggiano e con essi visioni del mondo, richiami ideali e identificazioni retoriche, esaltazioni nazionali e nuovi innesti all'interno di tradizioni sentite come vitali, opzioni politiche ancora si contrappongono e tutto ancora sembra possibile... Quando Brasillach esalta «l'universalità di Virgilio», di fronte alla quale «Goethe impallidisce», rientra nello spirito del tempo che dieci anni dopo vedrà Thomas Stearns Eliot definire Virgilio «il classico supremo, centro della civiltà europea, in una posizione che nessun altro poeta può condividere o usurpare. L'Impero romano e la lingua latina non erano un impero e una lingua qualsiasi: avevano un destino straordinario nei nostri confronti. Il poeta nel quale quell'impero e quella lingua raggiunsero piena coscienza e piena espressione è perciò un poeta dal destino eccezionale».

In Presenza di Virgilio , Brasillach traccia per lo scrittore latino parallelismi con il francese Maurice Barrès e l'italiano d'Annunzio, «il sentimento poetico di una unione con la terra e con i morti» del primo, «l'orgoglio e l'entusiasmo pagano» del secondo. Ma, aggiunge, «aveva anche, più di questi due, una tenerezza e un'umanità insuperate» e questo è, senza saperlo, un calco della definizione leopardiana di Virgilio come «sommo conoscitore de' cuori ed esperto delle passioni». Perché, scrive ancora Brasillach, «aveva ammirato la forza, volendo che fosse pietosa e giusta. Era stato immensamente tenero, senza cadere quasi mai nell'utopia e scambiare i sogni per la realtà. Seppe conservare ai suoi incantesimi una potenza che non fosse nefasta».

Presenza di Virgilio è pieno di osservazioni così, accompagnate da un pensiero irrazionale che dava a questo Virgilio immaginato pensieri per nulla immaginari: «Ciò che noi comprendiamo non può costituire tutto quanto l'universo. E gli Orientali gli avevano insegnato che intorno alle cose che noi comprendiamo, c'è come un alone luminoso nel quale non penetreremo mai, e che questo alone è il segno e il fascino della vita». Spirito né pedante né accademico, Brasillach coglie in Virgilio «il necessario clima della giovinezza, che è un clima di amicizia. Come quasi tutti i grandi scrittori, Virgilio apparteneva a un gruppo. Non si pensi che gli appassionati di storia letteraria abbiano l'ultima parola. Essi sono incapaci di trovare ciò che è essenziale: l'atmosfera generale del gruppo, il fatto che certe parole, canzoni, inflessioni di voce sono diventate parole d'ordine, segni di riconoscimento. In un giro di frase, ci si sente parte del medesimo universo. Ogni grande scrittore è innanzitutto una famiglia morta, poi è una squadra».

Anche l'identificazione di Virgilio con l'Impero, offre a Brasillach spunti interessanti: «Nel suo intimo, ben ancorata a un patriottismo duro come una roccia, c'era forse l'idea che la letteratura, se è solo letteratura, è un gioco. Ciò non gli impediva di adorare le complicate regole di questo gioco, di giocare coscienziosamente e di scrivere ben altro che volantini di propaganda». Ecco liquidata, con un tocco felice, quell'idea dell' Eneide come tributo adulatorio, serbatoio ideologico dell'imperialismo romano che ha avuto i suoi stupidi seguaci. Al contrario, significava comprendere come una grande potenza poetica arrivasse a misurarsi con un grande argomento: l'impero trovava il cantore capace di cantarlo. Celebrazione imperiale e compassione, pietà dei caduti, ansie e presagi, e insomma « parcere subiectis et debellare superbos », piegare gli orgogliosi e risparmiare i vinti, nel racconto di chi, come proprio epitaffio, vorrà scritto « cecini pascue, rure, duci », cantai i pascoli, i campi, i duci.

Giustamente, nell'introduzione Virgilio Cucchi scrive che nel sottolineare l'idea, «molto sentita in Virgilio, della creazione di un'indispensabile classe media, del ristabilimento delle tradizioni, come del recupero della religione nazionale e del nuovo insediamento dei contadini nei campi abbandonati», Brasillach non facesse altro che mettere sotto gli occhi del lettore «alcune posizioni della stessa Action Française, come indica il ricorso al lessico politico moderno quando si sostiene che il poeta proponesse al politico la monarchia tradizionalista». Del resto, Tarmo Kunnas, in La tentazione fascista (Akropolis editore), utilizza più volte Presence de Virgile per analizzare la visone del mondo di Brasillach. Anche questo aiuta a capire perché quello che fu il più contemporaneo degli scrittori della sua generazione, al punto di scrivere le proprie memorie già a trent'anni, sia oggi quasi dimenticato. Era troppo ingenuo, troppo ottimista, troppo pieno di gioia di vivere per sopravvivere alla sconfitta del suo mondo, alle colpe e agli orrori di cui era co-responsabile, alla punizione per aver troppo creduto e poco dubitato. Il riscatto di Brasillach si annida nella pietas virgiliana del suo esordio di scrittore.

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