Il cacciatore di falsi? Condannato per falso

Se Alberto Sordi fosse ancora vivo ci farebbe un film. La storia di uno stimato critico d’arte che viene condannato per ricettazione di quadri falsi sarebbe la trama ideale per una sua commedia.
I fatti risalgono ad alcuni anni fa, quando la Guardia di Finanza di Milano scoprì dei falsi De Chirico introdotti sul mercato grazie a perizie ed expertise che ne garantivano l’autenticità. A firmare le perizie era Paolo Baldacci, uno studioso conosciuto a livello internazionale, oltre a un altro critico che è deceduto prima che il processo venisse celebrato. A partire dagli anni ’90, Baldacci e i suoi tre complici hanno detenuto e venduto almeno quattro opere di De Chirico sicuramente false e per questo motivo, nella primavera scorsa, sono stati condannati dalla settima sezione penale del Tribunale di Milano a pene che vanno da un anno a un anno e 11 mesi e a multe dai 4 ai 7mila euro. I quattro hanno presentato ricorso e fino alla sentenza definitiva sono da ritenere «innocenti fino a prova contraria», ma, a meno che non emergano elementi nuovi, il secondo grado di giudizio potrà cambiare, eventualmente, solo le valutazioni dei fatti contestati, non la loro veridicità.
Al di là degli aspetti tecnici, in ogni caso, rimane un senso di spaesamento e di delusione a immaginare un famoso critico d’arte dai modi gentili e dalla parlantina forbita che mette a rischio il suo nome e la sua credibilità per lucrare su quattro tele false. Il sistema era semplice: i quattro si vendevano le opere tra di loro in modo da far salire il prezzo agli occhi dei potenziali acquirenti. In alcuni casi i quadri falsi sono stati esposti in mostre minori per creare una sorta di pedigree dell’opera che fino ad allora non era mai stata vista proprio perché falsa. A quel punto la «patacca» era pronta per essere venduta a collezionisti in buona fede con valutazioni che potevano anche superare i 500mila euro. Fatti che potrebbero accadere – e sicuramente accadono – in qualsiasi contesto, ma difficili da immaginare nell’ambiente ovattato del mercato dei collezionisti a base di erre mosce e aste benefiche.
Eppure è tutto vero. Come se non bastasse, il 24 febbraio scorso, cioè mentre era in corso il processo che lo vedeva imputato, Baldacci tuonava dalle colonne dell’Unità sulla presunta presenza in una mostra parigina di un falso. Secondo il suo autorevole parere la mostra era male organizzata e la scelta delle opere completamente sbagliata. Oltre naturalmente, a esporre il falso Venise di cui lo stesso falsario Renato Peretti si era dichiarato autore. Rimangono ignoti i motivi per cui il quotidiano fondato da Antonio Gramsci abbia concesso ben due pagine a un critico sul cui capo pendeva l’accusa di ricettazione e che quindici giorni dopo è stato condannato.
Di sicuro, invece, c’è solo che la vicenda di Baldacci ricorda la trama del film Il moralista, in cui l’inarrivabile Albertone nazionale interpretava l’integerrimo segretario dell’«Organizzazione Internazionale della Moralità Pubblica» che di giorno castigava i costumi altrui e di notte si arricchiva con un giro di entreneuse nei night club di Roma. Quando la vita imita l’arte.

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