Il coro «politicamente corretto» è un solo piagnisteo ipocrita

Critico contro i barbari, paladino dell'antimoderno, shockato dal nuovo e rassicurato dal passato, Robert Hughes si intristiva a guardare negli occhi il proprio tempo, e ha preferiva girare lo sguardo dietro di sé. Niente cronaca, meglio la Storia.
Scrittore prepotente, ironista fulminante e critico ineguagliabile nel trafiggere tutto ciò che è stupido, che «fa tendenza» e che è corretto, Hughes è il prototipo (ineguagliato finora) dell'intellettuale eterodosso, quello che stando sempre dalla parte sbagliata spesso - a posteriori - ci si accorge che era nel posto giusto. Maître à penser del gusto controcorrrente, sbeffeggiatore del postomodernismo quattrinaro, castigamatti delle mode e del correttismo culturale, ha lascito scritti illuminanti - dai articoli sul Time e l'Observer fino all'immortale La cultura del piagnisteo (Adelphi) - contro il culto della novità, il turismo di massa, il mondo dell'arte in cui «il denaro ha sostituito il significato», il vittimismo sociale e, prima di tutte queste cose, contro la delirante e stucchevole «correttezza» morale-politica che impedisce di esprimere pubblicamente il proprio parere per non offendere le presunte minoranze etniche, sessuali o «di genere»: donne, gay, neri, malati psico-fisici. una lezione che ci ha convinto della necessità di riscoprire la «bellezza disinteressata» nell'arte, e di farsi una scorretta e liberatoria risata del piagnisteo. LM

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