Così la guerra ha plasmato l'uomo

Margaret MacMillan sostiene in "War - Come la guerra ha plasmato gli uomini" che le società siano indissolubilmente legate nel loro sviluppo all'esistenza dei conflitti

Così la guerra ha plasmato l'uomo

La guerra accompagna l'uomo fin dall'inizio della sua esistenza. Rappresenta l'attività peculiare delle società che hanno abitato la Terra. Dall'antichità a oggi gli uomini hanno provato a giustificare in diversi modi, regolare, controllare e addirittura codificare la guerra, hanno sacralizzato i metodi con cui veniva condotta o i fini per la quale veniva indotta o, al contrario, l'hanno vista come la nemica della civiltà. L'hanno invocata come fattore palingenetico o temuta per il suo carico di distruzione: ma non l'hanno mai potuta ignorare.

Questo è quanto la storica britannica Margaret MacMillan sostiene in War - Come la guerra ha plasmato gli uomini, un ampio e complesso affresco del rapporto dell'uomo con questa inevitabile esperienza personale e collettiva.

La guerra, il grande mistero

"La guerra", sottolinea MacMillan, accompagna l'uomo perché "solleva domande fondamentali su cosa significhi essere umani e sulla natura della società" formate nel corso dei secoli. Essa è fonte di un profondo dualismo: fa emergere l'elemento "bestiale" dell'uomo ma anche la sua parte più nobile. Rappresenta "la parte indelebile della società, indissolubile come una sorta di peccato originale perpetrato dai nostri antenati nel momento in cui hanno cominciato a organizzarsi in gruppi sociali", con i quali convive come in un duo inscindibile e simbiotico. La società precede la guerra o la guerra precede la società? Da Tucidide a Thomas Hobbes, nel corso della storia filosofi, pensatori, politologi hanno provato a dare risposta a tali quesiti.

Insomma, la MacMillan punta a dimostrare che è vero quanto scrive il Premio Nobel per la Letteratura Svetlana Aleksevic ne La guerra non ha un volto di donna, a ricordare che la guerra "è sempre stata ed è ancora oggi uno dei grandi misteri dell'umanità". Un mistero di iniquità, sotto certi punti di vista, ma anche un mistero sulla natura più profonda dell'intimità umana. Perché al cambiare dei secoli, delle ere e delle aree del mondo, molto spesso il canovaccio della guerra non è cambiata.

Dall'Antica Grecia alla cosiddetta "guerra al Terrore" i decisori politici hanno provato a sacralizzare il conflitto. Da Giulio Cesare a Winston Churchill i comandanti sul campo e i leader istituzionali hanno puntato a creare l'ideale narrazione della guerra, prima e durante i conflitti per legittimarsi, dopo per portare ai posteri la versione dei fatti che più si confaceva alla loro volontà; la guerra ha funto da fattore di mobilitazione per le risorse dei regni e degli imperi e come acceleratore tecnologico, ma ha anche rappresentato strumento di arbitrio e dominio. Dalla pulizia etnica agli stupri di guerra, poco è cambiato dall'epoca protostorica ai conflitti contemporanei e alle guerre civili dell'ultimo secolo nel quadro delle sofferenze inferte ai civili.

La MacMillan segnala apertamente a chi abita nelle società del benessere contemporanee che la pace prolungata in cui esse vivono non è una condizione perenne, ma il più lungo, prolungato e opulento periodo di intervallo tra fasi belliche mai sperimentato nella storia umana. E che non è saggio rimuovere l'idea di guerra e di conflitto dalle società contemporanea, ponendola ai margini del discorso, edulcorandone la definizione ("missione di pace", "polizia internazionale" e così via) e allontanando la storia dal presente.

L'era che ha dimenticato la guerra

Parlando dei tentativi di codificare la guerra e costruire la pace creati dagli esseri umani nei secoli, delle ambizioni dei leader e dell'impatto sulle società civili del passato, della figura sociale dei guerrieri e della loro evoluzione fino all'era contemporanea, la MacMillan arriva alla conclusione che la grande anomalia è l'epoca contemporanea. Un'epoca in cui l'uomo ha toccato le più alte vette di progresso scientifico, culturale, umano e i più profondi abissi di abiezione. Un'era in cui si sono susseguite le conferenze per la messa al bando delle armi chimiche, le convenzioni internazionali sul trattamento dei prigionieri, le codifiche del diritto internazionale e gli arbitrati e in cui sono state sperimentate le più devastanti forme di distruzione materiale, dirette indistintamente verso militari e civili. Un'era in cui le società hanno mitizzato e divinizzato il progresso e in cui regimi democratici e totalitarismi hanno sposato il mito della guerra totale. Fino a creare la situazione ibrida in cui la guerra si può portare nelle società democratiche fuori dal territorio nazionale - a patto di non chiamarla in tal modo - ma anche promuovere sul fronte interno: il Patriot Act, le sospensioni di molte libertà civili, casi come Abu Ghraib e Guantanamo lo testimoniano.

Tornare a parlare della guerra, in questo contesto, è pertanto vitale per umanizzarla e non temerla. Perché la conoscenza del mestiere delle armi e della storia bellica è il vero antidoto contro il militarismo. Sgombare il campo da superficialità in senso e nell'altro dando invece forza a un senso di fedeltà a valori collettivi, a un idem sentire nazionale, a una comunità di destino. In una parola, la societas che unisce e non divide. Plasmata anche, se non soprattutto, dalle guerre con cui la collettività nazionale si è trovata coinvolta. Accettare questa realtà di fatto non significa scivolare nel nazionalismo più esasperato, ma arrivare all'intimità più profonda della storia dell'evoluzione umana. Perché solo capendo la guerra e il suo ruolo nella storia umana si potranno porre le condizioni perché il suo ruolo nelle società odierne sia minimizzato. Lezione che l'Europa, dopo secoli di conflitti, ha compreso solo dopo il suicidio del periodo tra il 1914 e il 1945.

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