Così muore una collana strozzata dai costi e da un mercato strabico

Il dibattito sull'editoria italiana si è fossilizzato su un bivio. Da una parte gli editori grossi&cattivi (sintetizzati dalla fusione Mondadori+Rcs) dall'altra quelli piccoli e carini. Ma per quanto i critici letterari più quotati (esempio: Emanuele Trevi) ritengano che la maggior parte dei libri partoriti dalla grande editoria sia inutile, spazzatura, non si fa nulla per sostenere la piccola editoria. Stampare libri importanti costa molto e fa guadagnare poco. Ergo: puoi permetterti di fare l'editore vero (cioè, pubblicare libri notevoli) solo se sei ricco. Altrimenti, la piccola editoria è il regno della speculazione, si pubblica di tutto pur di incassare.

Così muore una collana editoriale. Un esempio. Al principio del 2014, con l'editore Guaraldi (quello che nel '74 si inventò, con Einaudi, Feltrinelli, Laterza e Marsilio il primo «Convegno per una Editoria Democratica» e che nel 2011 segnalò all'allora presidente Giorgio Napolitano, in anticipo sui tempi, che «intere categorie professionali della filiera editoriale si sono già estinte e altre rischiano di esserlo»), ci inventammo la collana «I Nazirei», con l'intento «di riaprire il discorso sul romanzo “moderno” capace di trattare contenuti forti, storici, politici e persino religiosi o teologici; non solo storielline d'amore o thriller d'intreccio cui l'abbiamo ridotto». Grafica nitida (che richiamava la «Medusa» Mondadori), si pensò di abbinare la pubblicazione di un classico riscoperto a quella di un autore inedito, potente. Guaraldi ha fatto risorgere l'interesse verso l'opera di Lion Feuchtwanger e di Giorgio Saviane, abbiamo pubblicato il romanzo più radicale, meno noto, impossibile di Herman Melville, Pierre o delle ambiguità . Tra gli autori contemporanei sono usciti due narratori di platino come Gian Ruggero Manzoni e Roberto Barbolini. Esito: ottime recensioni, diversi critici hanno fatto le fusa; economicamente, un disastro. I libri, in distribuzione nazionale, sono stati assorbiti poco dalle librerie (in media, 250-300 volumi a titolo). Le vendite si sono rivelate troppo scarse per continuare la collana. Dopo neppure due anni «I Nazirei» scompare, gli ultimi libri, previsti in autunno, sono Dersu Uzala di Vladimir Arsen'ev e Tutte le voci di questo aldilà , straordinario e dolente romanzo di Andrea Temporelli, già elogiato in una raffinata scheda di lettura da Tiziano Scarpa.

Naturalmente, visti i tempi, questi ultimi due libri, terminali, non saranno distribuiti in libreria, ormai non ha più senso, ci si arrangia come si può. Avremmo voluto pubblicare altro, era in programma. I taccuini di Marcel Jouhandeau e i libri strazianti di Henry de Montherlant, per dire, I nostri padri di Allen Tate, pubblicato nei '60 da Feltrinelli, e Ceneri , l'immane epopea polacca narrata da Stefan Zeromski, un tempo in catalogo Einaudi. Avremmo voluto riscoprire l'opera di Massimo Bontempelli, alternata al primo romanzo, crudo e poetico, di Andrea Ponso e ai radiodrammi deliziosi di Giuseppe O. Longo. Non è stato possibile. Probabilmente perché i buoni libri non interessano a nessuno. Il problema è che o stai nei giri giusti o stai a casa che è meglio. Uno scambio di mail con il cardinale Gianfranco Ravasi, eminenza della cultura “cattolica”, è illuminante. Tentando di promuovere l'opera di Giorgio Saviane, il cardinale è stato chiarissimo, «tanti scrittori del passato, anche più famosi di Saviane, sono ormai dimenticati e le recensioni non spingono più di tanto sul mercato»; d'altronde, «che il pubblico italiano sia allergico ai libri è già da tempo scontato e lo è già più ora». In editoria, neppure un dio ci può più salvare.

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