Così Satana arrivò ad Hollywood

Pubblichiamo, per gentile concessione dell'editore, un estratto di Satana a Hollywood di Jesùs Palacios (Edizioni Npe)

Così Satana arrivò ad Hollywood

Immaginate un volto scolpito secondo i dettami di una ben definita fisionomia demoniaca: testa totalmente rasata, sguardo penetrante, baffi e pizzetto mefistofelico. Sono le fattezze che per molti americani benpensanti rappresentano il male allo stato puro, mentre per altri non meno benpensanti sono il ricordo di un’era libertaria, fatta di filosofie neopagane, amore libero e promesse per il futuro: gli anni Sessanta. Tuttavia, ci sono persone che pensano che Anton Szandor LaVey, autoproclamatosi Papa Nero, fondatore della Chiesa di Satana e autore di una vera e propria Bibbia Satanica, sia semplicemente un altro membro dell’esotica e funambolesca fauna californiana di Hollywood. Una bestia forse, non quella del 666, ma semmai una bestia dello show business e della spettacolare commercializzazione dell’esoterismo e del satanismo.

Howard Stanton Levey (questo il suo vero nome) nacque l’11 aprile del 1930 a Chicago, senza che nessun altro fenomeno che non fosse stato il Proibizionismo, con tutti i suoi gangster e le sparatorie al seguito, facesse presagire l’arrivo dell’Anticristo. Sul finire degli anni Quaranta la sua famiglia si trasferì a San Francisco; LaVey passò da un lavoro all’altro fino a quando, terminati i suoi studi in criminologia, iniziò a lavorare come fotografo della polizia nel 1952, un lavoro che, secondo lui, lo avrebbe reso insensibile alla morte e alla condizione umana. Dopo essere stato organista in vari night club, la notte di Valpurga del 1966, ovvero il 30 aprile, Anton LaVey annunciò ai suoi scagnozzi che l’Era di Satana era giunta. All’inizio del decennio, LaVey aveva trasformato la sua casa, al numero 6114 di California Street a San Francisco, in un centro di riunioni occultiste, tenendo seminari nelle notti del venerdì, ai quali erano soliti partecipare illustri esponenti della società californiana: avvocati, medici, militari, dirigenti e persino agenti ell’fbi. Naturalmente, alle riunioni prendevano parte anche molte celebrità provenienti dalla vicina zona di Los Angeles. Tra queste troviamo Sammy Davis Jr. e il veterano Keenan Wynn, che intraprendevano una volta alla settimana la comoda peregrinazione verso San Francisco per incontrare LaVey, e apprendere i suoi insegnamenti magici. Fu esattamente quello che fece anche la stupenda Jayne Mansfield nel 1966, dando inizio a una delle leggende più popolari e sinistre della storia della Hollywood satanica. Quando la dea bionda del sesso arrivò alla dimora di LaVey, aveva solo 33 anni, tenuti benissimo, ma aveva già commosso il mondo dello spettacolo e le riviste di gossip con tre matrimoni alle spalle (il primo con Paul J. Mansfield a 14 anni; il secondo con Mr. Universo Mickey Hargitay, e il terzo col regista italiano di serie Z Matt Cimber), una carriera piena di episodi leggendari (violentata in adolescenza, Miss Photoflash 1952, il falso rapimento...), i seni più noti e spettacolari di Hollywood e un interesse piuttosto singolare per la religione, l’astrologia e le perversioni sessuali, argomenti che per lei non rappresentarono mai un tabù davanti alla stampa, confessando tanto il suo piacere per il sadomasochismo, quanto la sua idea, meno paradossale di quanto si pensi, di convertirsi al cattolicesimo.

Nel novembre del 1966, durante la celebrazione del San Francisco Film Festival, Jayne Mansfield e il suo compagno, l’avvocato Sam Brody, un gran bel furfante, che per tutto il corso di quel decennio prodigioso si fece i fatti propri all’interno di nient’altro che uno squallido melodramma, andarono in visita alla dimora di Anton LaVey, nel frattempo diventata un’attrazione turistica: un pochino museo, un pochino teatro Grand Guignol, un pochino tempio, un tantino spettacolo circense, in cui si celebravano matrimoni e battesimi satanici, così come qualche funerale.

Sin dal primo momento LaVey e Jayne Mansfield si sentirono attratti l’uno dall’altra... con enorme disappunto da parte di Brody, che, oltre a essere l’amante dell’attrice, considerava falso e ridicolo tutto quell’armamentario occultista, utile solo per fare pubblicità gratuita alla sua stella. Il rapporto di Brody e Jayne era tutto fuorché normale. Il legale aveva il controllo totale sulla vita dell’incantevole attrice, con tanto di ricatti (Brody di tanto in tanto minacciava di rendere pubbliche alcune foto che ritraevano Jayne Mansfield nuda… Foto che lui stesso aveva scattato dopo averla fatta ubriacare), la potestà quasi totale sul denaro e le proprietà dell’attrice (alla quale faceva continui regali costosi, pagati con assegni intestati a lei) e una serie di tormentati rapporti sessuali, che comprendevano il sadomasochismo, il feticismo e altri -ismi erotici più pericolosi. Nel giugno del 1967 la figlia maggiore di Jayne, Jayne Marie, abbandonò la casa materna e si rivolse alle autorità, affermando di subire abusi disonesti da parte di Brody e della sua stessa madre. Avendo una natura tanto possessiva quanto ambiziosa, non c’è da stupirsi che Brody provò un immediato antagonismo nei confronti del nuovo guru che era appena entrato nella vita di Jayne.

Non gli mancavano di certo i motivi per essere geloso. Anche se all’inizio l’interesse dell’attrice verso LaVey non era altro che pura curiosità, tempo dopo confessò che la sua attrazione per il satanista era anche sessuale: rimase immediatamente affascinata dalle sue vesti sacerdotali nere, le sue conoscenze di magia nera e il suo animale domestico preferito, un leone di cinquecento chili. A quanto pare, lo stesso LaVey arrivò a proporle, senza clamore, di sposarla, anche se lei rifiutò l’offerta, non arrivando mai a prenderla sul serio. Se quel giorno Brody prese coscienza dell’attrazione sessuale tra la sua protetta e il satanista, di sicuro la cosa influì sul suo comportamento durante il primo tour di possessioni di LaVey, e sul corso (o forse dovrei dire Curse?) che presero gli avvenimenti. Mentre il mago mostrava ai suoi visitatori la sua collezione di oggetti magici, libri e amuleti, spiegandone i diversi utilizzi e la relativa filosofia satanista, l’avvocato non smise in alcun momento di fare commenti impertinenti, burlandosi delle parole di LaVey. Quando li condusse al suo altare privato, avvenne il sacrilegio che, finalmente, fece andare su tutte le furie il paziente occultista. Secondo la versione più conosciuta dei fatti, confermata dal principale biografo di Mansfield, May Mann, LaVey mostrò ai suoi ospiti i ceri neri dell’altare che, come spiegò loro, possedevano un potere letale in grado di lanciare una maledizione ineludibile verso tutti coloro che li avessero usati senza permesso, visto che solo il Diavolo in persona, o il suo appresentante in terra (lo stesso LaVey) potevano toccarli senza temerne le conseguenze. Niente di più semplice per irritare lo stregone se non accenderli quando questi era distratto, ed è proprio quello che fece Brody, suscitando l’indignazione del suo anfitrione. LaVey guardò l’avvocato con il fuoco negli occhi e predisse che sarebbe morto nel corso di quello stesso anno, vittima della maledizione di Satana. In disparte, disse a Jayne di stare alla larga dall’avvocato, visto che sarebbe morto in un incidente d’auto, e la stessa sorte sarebbe toccata a chiunque viaggiasse con lui in quel momento. Non si sa se la maledizione fosse semplicemente un discorso melodrammatico prodotto dalla gelosia di LaVey e dai suoi desideri inconfessabili di dividere la coppia di amanti, in modo da avere la strada spianata per approfondire la conoscenza con l’attrice, o se fosse solo un avvertimento sincero. Nessuno lo saprà mai, mentre si conosce perfettamente il destino terribile che sarebbe capitato a Jayne Mansfield e al suo amante, e diavolo personale, Sam Brody.

Alcune versioni dell’episodio si prodigano in dettagli macabri, che includono teschi umani e un calice proibito, sul quale Brody avrebbe posato le sue mani empie. Poco importa. I dettagli cambiano, le leggende di Hollywood vanno a mano a mano arricchendosi dei loro tipici fronzoli barocchi, e il tutto si permea di quel sentore sciropposo e sinistramente dolce già sentito in quelle pellicole di serie B dove la Mansfield, rinchiusa nella trappola del suo fisico, aveva recitato nel corso della sua carriera col Diavolo, destinata a terminare con una morte spettacolare e alquanto raccapricciante, i cui dettagli reali non solo superano la leggenda difficilmente comprovabile che li circonda, ma sembrano presi, ancora una volta, da un romanzo horror pulp o da uno di quei film da due soldi di Roger Corman.

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