Hirohito, l'umanità dell'ultimo imperatore divino

La vita dell'ultimo imperatore-divinità del Giappone: come si forgiò e quali furono le persone che plasmarono Hirohito

Hirohito, l'umanità dell'ultimo imperatore divino

Inizia dalla fine di tutto, L’imperatore del Giappone. La storia dell’imperatore Hirohito (L’ippocampo). Dalla fine della Seconda guerra mondiale, pochi giorni dopo che il Paese del Sol levante è stato sconfitto militarmente, umiliato e piegato dagli ordigni atomici di Hiroshima e Nagasaki, inutili da un punto di vista bellico ma fondamentali per mostrare all’Unione sovietica cosa erano capaci di fare gli Stati Uniti, i nuovi padroni del mondo.

Douglas MacArthur, comandante supremo delle forze alleate, lo incontra e, non appena lo vede, lo apostrofa con un Mr Hirohito, come se fosse un lupo di Wall Street qualsiasi. “Hirohito. Sono il 124esimo imperatore del Giappone”, risponde quella che, ancora per poco, sarà una divinità in terra. MacArthur, con la delicatezza di chi ha vinto la guerra, costringe l’imperatore a decine di foto di rito e poi cerca di blandirlo con delle sigarette. Hirohito declina e spiega il motivo dell’incontro: “Oggi sono venuto qui perché volevo parlarle, comandante. Io mi assumo la piena responsabilità di qualunque conseguenza o evento il Giappone possa aver arrecato in seguito alla guerra. Parimenti, mi assumo direttamente ogni responsabilità di merito ad azioni di politici, soldati o vertici militari compiuti in nome del Giappone”. Tutto questo “qualunque sia la sorte che lei riterrà opportuna per la mia persona non sarà un problema è io l’accetterò”. Le parole riportate dal manga de L’Ippocampo riportano fedelmente, seppur con piccole variazioni, il colloquio tra i due. Ancora oggi gli storici dibattono sul ruolo che Hirohito ebbe durante il secondo conflitto mondiale. C’è chi lo accusa di aver coordinato con i vertici militari ogni azione bellica e chi, invece, tende a minimizzare il suo ruolo. Sia come sia. Quel che è certo è che, davanti a MacArthur, il 124esimo imperatore del Giappone pronunciò queste parole. Rivoluzionarie e conservatrici allo stesso tempo. Che però determinarono il “deicidio”, l’uccisione, metafisica, dell’imperatore in quanto divinità.

Ma come è possibile che un imperatore possa pronunciare parole simili? C’entra il modo in cui è cresciuto. Il suo animo. Nel volume, si ripercorre il legame tra il piccolo Hirohito e la sua tutrice, quasi una vera e propria madre, Taka Adachi. Lei non solo si prende cura di Hirohito ma, soprattutto, asseconda le sue inclinazioni. La sua passione per la natura e per gli essere umani in generale. Non c’è distanza tra lui e le parole di Terenzio: “Homo sum, humani nihil a me alienum puto”. Sono un uomo, niente di ciò che è umano reputo estraneo a me. Lui la adora, si preoccupa per lei fino a correre al suo capezzale quando Taka ha la febbre alta. Ma sei lei è l’educazione del cuore, fondamentale nella fanciullezza, Jūgō Sugiura è colui che, da addetto all’insegnamento di etica e arte del regnare, forgerà la mente dell’imperatore. Un vecchio professore che spiega a Hirohito i “tre sacri tesori” - ovvero saggezza, benevolenza e coraggio - che ogni buon imperatore deve avere. E che, soprattutto, i sovrani, soprattutto se di discendenza divina, devono dimostrare di “tenere a cuore il popolo”, anche a costo della loro stessa vita.

Non sappiamo se Hirohito, davanti a MacArthur, avesse o meno in mente queste parole. Quel che è certo però è che, in quel momento, dalla bocca dell’imperatore uscì quella “voce degli spiriti eroici” per cui, più di vent’anni dopo, l’ultimo grande cantore del Giappone tradizionale si sacrificò. Quell’uomo si chiamava Yukio Mishima.

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