L'architetto: "L'Isola delle Rose? Mai visto nemmeno un bar. Marco lo stereotipo romagnolo"

Il film sull'Isola delle Rose? Non è attinente alla realtà: parla uno dei giovani che hanno vissuto quelle stagioni di fine anni Sessanta

L'Isola delle Rose è uno dei film cult di Netflix degli ultimi mesi ma c'è chi non ha gradito la ricostruzione fatta da Sydney Sibilla nel suo film. Lui è Massimo Franchini, architetto navale tra i più noti della Riviera Romagnola. È figlio di Michele, detto Guido, che negli anni Quaranta ha aperto la strada alla cantieristica dell'Adriatico. È stata sua l'idea della motonave, la grande imbarcazione per il trasporto dei turisti lungo costa romagnola, capace di trasportare contemporaneamente fino a 100 persone. Erano gli anni Sessanta e tutto sembrava possibile a quel tempo.

È questo scenario che si inserisce la nascita dell'Isola delle Rose, il progetto del visionario ingegnere Giorgio Rosa, che realizzo una piattaforma artificiale al largo della Riviera Romagnola. Era il 1967 e fu così che da un'idea nacque la Repubblica Esperantista dell' Isola delle Rose. C'era una lingua ufficiale, la moneta, l'inno, la bandiera e perfino un governo. Rosa sfruttò un vuoto nelle maglie della legislazione italiana, creando un proprio "Stato" oltre il limite delle acque territoriali. Un'avventura che finì in pochi mesi, quando lo Stato fece brillare la piattaforma. Massimo Franchini, quei mesi, se li ricorda molto bene e li rievoca in un'intervista rilasciata a La Stampa: "Nel '67 lavoravo come mozzo sulla motonave costruita da mio padre, la Marinella, durante la stagione estiva. Ogni giorno, intorno alle 10,30-11, salpavamo dal porto di Riccione per portare i turisti a vedere l' Isola delle Rose". L'isola si trovava a 6 miglia da Rimini ma da Riccione il percorso da compiere era quasi doppio. In quell'anno "c'erano gli operai che lavoravano, non ho mai visto altro. Ma funzionava. L'Isola incuriosiva, era un richiamo turistico".

L'anno successivo l'isola era finita e completamente operativa, ma la realtà era ben diversa da quella descritta nel film di Sibilla: "Io non ci ho mai visto molta gente sopra. Poche persone, che mi sembravano un po' dei reclusi". Niente musica, balli e feste sfrenate, quindi: "Mai visto nulla del genere. Mai visto nemmeno l'ombra di un bar, come appare invece nel film. Però, ripeto, alle tedesche in bikini piaceva l'idea". Nell'estate del '69 l'Isola delle Rose era già un ricordo. Fu fatta brillare nel febbraio di quello stesso anno. Di quell'idea è rimasta l'utopia ma anche il dubbio su quali fossero le reali intenzioni di Giorgio Rosa: "A Riccione si parlava dell'ipotesi di un casinò. Ma ciò valeva un po' per tutte le località della costa. Quelli erano anni pazzeschi, dove nonostante l'ingessatura burocratica, sembrava che fosse tutto possibile, realizzabile". Pare che Rosa avesse anche intenzione di realizzare una stazione di rifornimento per le barche senza le accise.

"A terra nessuno s'era mai scandalizzato, oppure aveva preso l' Isola delle Rose per una minaccia, tipo la Cuba dell' Adriatico, i sovietici o che altro. Tanto che quando fu demolita in tanti ne presero le difese, amministrazioni incluse", continua Massimo Franchini, che spiega: "Erano anni sfrenati, dove anche una follia come l'Isola delle Rose ci poteva stare. Fermo restando che l'Isola aveva creato un indotto, le potenzialità c'erano, e questo per gente abituata a trasformare tutto in business non era male". E il film? "È carino, ricostruisce l' atmosfera di quei tempi, anche se l'ha butta un po' troppo in caciara, marcando gli stereotipi del romagnolo. La storia dell'Isola delle Rose è un po' romanzata", spiega l'architetto.

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