La lezione storica del default russo

Da un default, quello del 1998, iniziò la destabilizzazione di Boris Eltsin che favorì politicamente Putin. Ora l'era dello Zar del Cremlino può chiudersi con una nuova insolvenza di Mosca sul debito?

La lezione storica del default russo

La Russia va verso il default? Non è ancora detto, ma l'ipotesi di un collasso dell'economia di Mosca non è da togliere dal terreno per l'effetto del costo militare della guerra in Ucraina, per l'uscita del Paese dallo Swift, per il blocco dei commerci energetici e il tracollo del rublo.

Per l'agenzia di rating Fitch l'insolvenza è imminente. In ballo ci sono titoli di Stato per 40 miliardi di dollari e obbligazioni societarie per oltre 200 miliardi E non bisogna accettare a cuor leggero l'ipotesi: non va ritenuta un'opzione politica credibile quella di "provocare il crollo dell'economia russa" ventilata dal Ministro dell'Economia francese Bruno Le Maire, dato che le conseguenze sistemiche sarebbero enormi per l'economia mondiale. A maggior ragione in una fase in cui gas e petrolio, le principali voci di bilancio dell'economia di Mosca, subiscono un'impennata nei prezzi su scala globale.

Del resto anche Vladimir Putin sa bene che un default della Russia avrebbe conseguenze globali, e impatterebbe tremendamente anche sul suo sistema di potere. Forse lasciandolo pressoché azzerato. Non a caso proprio l'ascesa di Putin viene da un precedente default del Paese, che di fatto delegittimò Boris Eltsin nel 1998 e pose fine drammaticamente al Far West economico e politico del Paese apertosi negli Anni Novanta dopo la caduta dell'Unione Sovietica. Quell'anno la Russia fu travolta da una serie di tre gravi problemi che finirono per mandare a terra la sua economia: innanzitutto, si ebbe un calo della produttività interna e della produzione industriale, seguita principalmente agli effetti destabilizzanti del round di svendite di asset che aveva costituito la casta degli oligarchi. In secondo luogo, Mosca subì gli effetti a cascata della crisi finanziaria asiatica degli anni precedenti. Terzo punto, per il combinato disposto dei primi due fattori la produzione di petrolio e gas non riuscì a stabilizzarsi e, complice il crollo della domanda globale per lo stop asiatico e il calo dei prezzi, la principale voce di bilancio del Paese fu depauperata.

Colpita da una forte fuga di capitali, soggetta alla crisi del fondo americano Long Term Capital Management che a leva gestiva una quota consistente del suo debito pubblico, costretta a imporre tramite la Banca centrale limiti alla svalutazione del rublo, caratterizzata da un sistema politico-istituzionale tarlato dalla corruzione ai vertici la Russia fu costretta a ricorrere a un prestito da 22,6 miliardi di dollari dal Fondo Monetario Internazionale ma non riuscì a mantenere i suoi impegni e dichiarò default il 17 agosto 1998. Quel giorno il governo russo svalutò drasticamente il rublo, dichiarandosi inadempiente sul debito interno ed annunciando una moratoria sul rimborso del debito estero. Fu uno vero choc per gli investitori internazionali: il fondo Ltcm vide le sue attività presto interrotte dal brusco fallimento, Eltsin tentò di disfarsi delle responsabilità della crisi silurando il premier Sergej Kirienko in carica da marzo e nominò al suo posto il ministro degli Esteri Evgenij Primakov, che l'11 settembre 1998 venne approvato dalla Duma di Stato a stragrande maggioranza. Nella girandola di nomine politiche seguite al default fu coinvolto anche l'allora 46enne Vladimir Putin, che ascese alla guida del Servizio federale per la sicurezza sostituendo Nikolaj Kovalëv, ritenuto esponente della vecchia guardia.

In realtà era lo stesso Eltsin, di per sé già anziano e malato, il maggior responsabile politico della deregolamentazione economica e delle svendite massicce di asset e titoli pubblici a oligarchi e fondi stranieri che aveva posto le basi del flop del Paese e del default. Il presidente tentò di tenere botta, ma l'acutissima vulnerabilità della sua leadership acclarata anche in Occidente (testimoniata dall'azione unilaterale Nato contro l'alleata Jugoslavia dell'anno successivo) lo portarono a preparare la successione. A maggio 1999 Putin fu nominato premier e il 31 dicembre Eltisn si dimise, attivando la carta della sua successione alla prsidenza. E facendo iniziare un'era che, fatti salvi i quattro anni di alternanza con Dmitri Medvedev, dura tuttora.

Il default russo azzerò la classe di leader degli Anni Novanta, portò Putin a assediare le posizioni dei principali robber barons del suo Paese e a costituire l'attuale apparato di potere. Il presidente sa bene che un nuovo default, ventiquattro anni dopo, avrebbe effetti tutt'altro che dissimili, specie se avvenisse per implosione del Paese a seguito di una strategia militare eccessivamente arrembante. Il grande gelo dei giorni scorsi tra Putin e la governatrice della Banca Centrale Elvira Nabilulina segnala quanto alta sia la tensione delle autorità economiche di Mosca contro il capo di Stato. L'Occidente ha indubbiamente nelle sanzioni l'arma economica maggiore per colpire la Russia, ma al contempo deve pensare che la Russia, ben più strutturata del 1998 in un mercato ancor più connesso, non potrebbe dare default senza trascinare con sè l'intero sistema globale, partendo dai mercati energetici. E questo deve far pensare sul fatto che il pulsante di spegnimento dell'era Putin, che l'Occidente volendo potrebbe di fatto premere accelerando l'imposizione di sanzioni draconiane, rischia di avere costi proibitivi.

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