Russia in default? Ecco cosa può succedere all'Italia

Shock energetici, crisi politiche, danni industriali. Un default russo colpirebbe anche Roma.

Russia in default? Ecco cosa può succedere all'Italia

Un default della Russia? Non è un'ipotesi da escludere. E non stiamo parlando di un caso in cui a fallire sarebbe il debito pubblico della Federazione, oggi ai minimi storici complici anche i bassi livelli di spesa sociale del Paese, ma di un contesto che vedrebbe avvitarsi su sé stessa l'intera economia del Paese.

Il debito pubblico è l'ultimo dei temi che il Paese guidato da Putin deve considerare. Davanti ci sono tutta una serie di fattori fondamentali che segnano la debolezza strutturale dell'economia di Mosca. In primo luogo, alla luce della recente crisi, una valuta diventata carta straccia. Il rublo dopo la minaccia delle sanzioni e le prime mosse nella giornata di lunedì 28 febbraio ha perso quasi un terzo del suo valore, infiammando ulteriormente l'inflazione all'interno del Paese.

In secondo luogo, più del passivo pubblico preoccupa quello complessivo. "Il Paese nel complesso", nota il Corriere, "ha l’equivalente di duemila miliardi di dollari di debiti (esclusi quelli delle banche) e 700 miliardi di debiti sotto forma di bond, secondo i dati della Banca dei regolamenti internazionali. Una parte consistente di questi titoli sono in Occidente, senza neppure affrontare il problema dell’esposizione delle società americane o europee su asset azionari russi". Una moneta in forte regressione e un declino degli stock farebbero sempre più sentire l'emorragia legata all'accumulazione dei debiti privati contratti dai cittadini per finanziare i loro consumi, che l’authority sul credito russa (Okb) ha stimato in crescita del 46,6% dal 2018 in avanti e ammontare come minimo all’equivalente di 130 miliardi di dollari.

In terzo luogo, dal 2014, anno della crisi di Crimea, gli investimenti diretti esteri non riconducibili alla Cina si erano, nel periodo pre pandemico, ridotti di 11 volte in termini di flusso. E ora rischia di ridursi anche lo stock di investimenti di gruppi occidentali. Sotto l'onda della tempesta perfetta delle sanzioni: "su tutti Bp, il colosso britannico dell’oil & gas, che rinuncia di fatto a attivi in Russia per 25 miliardi di dollari", ma tra i colossi esposti c'è anche il gigante di Wall Street, BlackRock.

Quarto punto è la crisi del mercato interno e la recessione in termini di crollo di redditi e prospettive per i lavoratori e i cittadini russi che rischia di generare povertà e malessere sociale diffuso.

Se questi quattro elementi portassero al default della Russia, che conseguenze ci sarebbero per l'Italia? Sicuramente in primo luogo le autorità politiche e finanziarie dovranno evitare un effetto-contagio paragonabile a quello del 1998, quando il tracollo dell'economia russa fece precipitare il fondo Ltcm che aveva fatto scommesse rischiose sul suo debito e portò Wall Street a un passo dal baratro.

In secondo luogo, per l'Italia si aprirebbe una fase convulsa in termini di approvvigionamenti energetici. In una sua intervista purtroppo smentita dai fatti, in cui si aspettava una soluzione negoziata da Putin e Joe Biden, lo "zar italiano di Russia" Antonio Fallico ha dichiarato che i piani economici pre-crisi del governo di Mosca "“possono mobilitare investimenti che nel prossimo decennio possono garantire lavori tra i 120 e i 140 miliardi di euro alle imprese italiane”, in primo luogo partendo dalle reti energetiche, dalle utilities, dalle infrastrutture. Roma in caso di choc recessivo o default russo dovrebbe sostenere molti campioni nazionali profondamente esposti verso Mosca: i big energetici (Eni, Snam), diverse banche (Intesa, Unicredit) e molti gruppi industriali (Pirelli, Prysmian, Marcegaglia per fare pochi ma significativi esempi). I passivi sul conto economico di queste aziende sarebbero nell'ordine di miliardi di euro.

Infine, un tracollo della Russia avrebbe come effetto una destrutturazione globale delle catene del valore non solo del gas ma anche di nickel, platino, titanio, grano che creerebbe un caos inflattivo e un duro colpo per un'economia di trasformazione come quella italiana, oltre a produrre problemi a ogni strategia di sovranità alimentare nazionale.

Dunque, parliamo di un'ipotesi che, pur nella necessità di far pagare a Mosca il fio dell'aggressione in Ucraina, non sarebbe una vittoria politica e destrutturerebbe l'economia e la sicurezza internazionali in maniera paragonabile a un conflitto. Un'ipotesi ipso facto da evitare nel pensare a mosse che, per quanto dure, devono essere pensate cum grano salis.

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