"L'idolo infranto": un libro-inchiesta sulla morte di Maradona

A un anno dalla morte di Maradona, un libro-inchiesta ricostruisce quel sistema calcio che ha stritolato tra i suoi ingranaggi l'idolo di milioni di tifosi

"L'idolo infranto": un libro-inchiesta sulla morte di Maradona

Diego Armando Maradona, il Pibe de Oro, è stato probabilmente il più grande calciatore della storia, ma anche un campione scomodo, in campo e fuori. Nei suoi 7 anni a Napoli, Diego trionfa sul campo e sfida i potenti del calcio, spesso battendoli e sbeffeggiandoli.

Fuori, però, Maradona è un uomo fragile, soffocato dalla sua stessa celebrità, costretto a cercare nella droga e nei vizi una via d’uscita. Entra in un dedalo di relazioni pericolose con la criminalità, con ambienti opachi. La cocaina lo renderà ingestibile, facendogli sentire ancora di più il peso di quello “show must go on” che è chiamato a mettere in scena ogni domenica.

Tra il 1989 e il 1991, comincia un processo di disgregamento dell’idolo Maradona che si concretizza con la squalifica per doping. Una strana squalifica, che arriva dopo una serie di scontri e vertenze col Napoli, pochi mesi dopo che la sua Argentina ha eliminato l’Italia nella semifinale del Mondiale italiano, persa ai rigori in un San Paolo in cui in tantissimi tifano Argentina. Proprio da questo evento prende le mosse “L’idolo infranto – Chi ha incastrato Maradona?”, scritto dal giornalista Marcello Altamura (Ponte alle Grazie, 224 pagine), un’inchiesta rigorosa, che però si legge con l’emozione del thriller e l’indignazione di chi, tifoso e no, vuole riscattare la memoria del più grande giocatore di ogni tempo.

È la storia di un uomo dalla generosità debordante e dai numerosi difetti, circondato da «amici» ma tremendamente solo. Dotato di un talento incredibile e diventato un idolo per milioni di persone: un idolo che qualcuno, come spiega Marcello Altamura, ha provato ad abbattere. Abbiamo intervistato l'autore, cercando - senza fare spoiler - di capire cosa aspettarsi dalla lettura di questo libro.

Altamura, partiamo dal titolo del libro: chi ha incastrato veramente Maradona?

“Ovviamente non c’è un colpevole unico, l’assassino del giallo di Agata Christie. Piuttosto c’è un sistema, il sistema calcio, che in tutte le sue componenti ha sfruttato il campione ignorando le esigenze e le fragilità dell’uomo. Teniamo presente una cosa: gli anni di Maradona al Napoli sono gli anni del boom economico del calcio italiano. In quegli anni, il calcio a livello globale si trasforma da sport a business. E Maradona era essenziale a quel meccanismo economico. Perciò sin quando è servito, lo hanno idolatrato e ‘coperto’, salvo scaricarlo quando non è più servito”.

Il campione e l’uomo: quanto erano distanti le due dimensioni di Maradona?

“Diego è stato raccontato solo con il bianco o il nero; o il campione o il drogato e l’amico dei camorristi. Invece per raccontare la vera essenza di Diego bisogna tenere presente che l’uomo era fragile e che fu schiacciato dal peso di essere Maradona, il campione ‘globale’, la macchina da soldi, la star. Sino all’avvento di Diego un solo sportivo, Muhammad Alì, era stato capace di travalicare i confini della sua disciplina, la boxe, per assurgere al ruolo di personaggio mediatico”.

Il suo libro prende le mosse dalla squalifica per doping di Maradona alla fine di Napoli-Bari del 17 marzo 1991: che cosa successe veramente in quel controllo fatale?

“Senza spoilerare il libro, posso dire che ci fu più di un’ombra: i dubbi sul sorteggio, le perplessità sulle modalità delle controanalisi, effettuate in un laboratorio del Coni dell’Acquacetosa, che io definisco “il laboratorio dei misteri”, condotte da uno staff che, pochi anni dopo, nel 1998, sarà coinvolto in un clamoroso scandalo sul doping. Quella squalifica per 15 mesi per doping segnerà un punto di non ritorno: il calciatore, salvo un paio di partite ai Mondiali di Usa ‘94, non tornerà più ai suoi livelli, ma soprattutto l’uomo imboccherà il viale del tramonto, fisico e morale, con la depressione e tutti i suoi tragici anni seguenti. Quando gli hanno tolto il pallone su un campo di calcio, la sua più grande felicità, una parte di lui è morta”.

Ma chi voleva veramente Maradona fuori dallo show business del calcio?

“Diego era un capopopolo, un re che non si sedeva sul trono ma scendeva in mezzo ai suoi sudditi. Maradona portò una squadra di medio livello del Sud, il Napoli, a vincere in Italia, interrompendo l’egemonia delle squadre del nord. Basti pensare a un dato: dal 1991 a oggi, quindi oltre 30 anni, solo Roma e Lazio per un anno a testa hanno spezzato l’egemonia dell’asse Milano-Torino sul campionato. Non solo: Diego aveva sfidato i potenti del calcio, li sbeffeggiava. C’è stato un accerchiamento del sistema nei confronti di Maradona, un accerchiamento contro di lui che durava da un po’ di anni e che mi ha fatto scoprire una rete di connivenze di silenzi”.

In che senso una rete di silenzi?

“Ho toccato con mano e con dolore che non solo i nemici ma anche gli amici, sodali ed ex compagni, hanno eretto un muro di silenzio, che spesso coinvolge anche chi si dice oggi suo amico o fratello. L’importante era che lui andasse in campo e facesse gol. Del resto, della difficoltà di un uomo dipendente dalla cocaina, non importava a nessuno, tranne forse a Fernando Signorini e qualcun altro”.

Nel suo libro affronta anche il tema della droga e dei rapporti con la camorra: che idea si è fatto?

“Per sua stessa ammissione, Maradona ha cominciato a drogarsi molto giovane. Nel documentario a lui dedicato dal regista Emir Kusturica, lui stesso si fa una domanda: quanto sarei stato forte se non avessi preso la cocaina? Peccato che questa domanda, negli anni d’oro della sua carriera, non se la siano fatta quelli che gli erano intorno. Tutti ciechi, sordi, indifferenti. Salvo poi puntare l’indice accusatore, da moralizzatori dell’ultim’ora, sul drogato, sull’amico dei camorristi, sulla mela marcia che aveva guastato il cesto. Nulla di più falso. Certo, Maradona frequentò malavitosi ma questo non basta a fare di lui un camorrista”.

Ma allora se è così, se il sistema calcio ha sempre saputo dei vizi di Maradona, perché ha aspettato il 1991 per gettarlo nella polvere?

“Maradona era troppo importante per lo show business del calcio, era una macchina da soldi. Però a un certo punto era diventato ingestibile, sia in campo che fuori. Il Mondiale di Italia ’90 segnò poi un punto di non ritorno. L’eliminazione dell’Italia nella semifinale di Napoli per mano della sua Argentina è stata la goccia che ha fatto traboccare un vaso che era già pieno sin da due anni prima, quando Diego si era battuto per andare al Marsiglia, in un campionato più tranquillo. Ma il Napoli non volle e iniziò una guerra fredda tra ripicche e dispetti. Perciò la squalifica per doping del 1991 non fu una sorpresa”.

A quasi un anno dalla sua morte, cosa resta di Maradona?

“Diego ha sempre dichiarato: ‘Io voglio giocare le partite, faccio di tutto per stare in campo la domenica’, ma non accettava di buon grado il ritiro e l’allenamento al mattino. Era felice solo con un pallone in campo. Il sistema aveva capito questa cosa e gli ha tolto questa gioia. Ma hanno ucciso l’uomo, non l’idolo. Quello, davvero, non s’infrangerà mai”.

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