L'incredibile Amélie Nothomb che sforna capolavori bonsai

La scrittrice belga torna in libreria con "Barbablù" una rivisitazione intelligente  del classico di Perrault. Non sarà letteratura indispensabile, ma dà assuefazione

Amelie Nothomb a Parigi
Amelie Nothomb a Parigi

Se in società si parlasse ancora di libri avrei scritto una cosa del tipo «come parlare di Amélie Nothomb in società», ma a quale società servirebbe oggi che tutta la società è così insopportabilmente civile?
Ecco il primo punto: anzitutto la Nothomb non è civile per niente, non frigna sulle donne, sul governo, sui disoccupati, sugli esodati, non firma appelli, non prega, non è neppure cattolica, insomma è una scrittrice vera, un'artista. E ti sforna un romanzo ogni anno, ma solo perché è frenata dall'editore: tra un libro e l'altro ne scrive altri tre e li mette in una scatola di scarpe, ditemi voi se non è simpatica una così. Ha pubblicato ventun romanzi ma ne ha scritti settantasei, quando morirà sarà sicuramente cremata dall'Adelphi e quindi venerata e si andrà avanti a pubblicare inediti per altri cinquant'anni.
Sono romanzini fragili, esili, non sviluppati, acerbi, appena abbozzati? Mica tanto, sono ingranaggi narrativi elementari e con molto mestiere e all'altezza dei migliori racconti di Poe, a espanderne cinque a caso ci faresti una carriera intera di scrittore medio italiano, il quale però, a differenza della Nothomb, ti ammorberebbe dalla prima all'ultima pagina. Per cui, signore e signori, consiglio spassionato: andare in libreria, è uscito il nuovo libro di Amélie, si intitola Barbablù (ed. Voland), e come tutti gli altri libri della Nothomb si legge d'un fiato sospeso, e come tutti gli altri della Nothomb è come tutti gli altri della Nothomb.
Non date retta agli snob che dicono che il suo romanzo migliore è il primo, Igiene dell'assassino, è solo invidia. Invece i romanzi di Amélie sono come puntate di Dexter: non sono letterariamente indispensabili, ma se ne cominci uno lo finisci senza neppure accorgertene. Se ti chiamano al telefono mentre lo stai leggendo non rispondi. Se devi scendere dal treno mentre lo stai leggendo non scendi. Lo leggi in un'ora ma in quell'ora ti dimentichi addirittura di twittare qualcosa.
Non date retta neppure a chi si ferma all'informazione che Barbablù è la riscrittura del racconto di Charles Perrault, ma dalla parte del mostro. Una studentessa in cerca di una stanza in affitto a Parigi trova un affitto irrisorio presso un ricco e strano e simpatico signore, il Grande di Spagna don Elemirio Nibal y Milcar. In questa casa, però, spariscono bellissime ragazze, non si sa dove, e qui inizia la suspense. Ma don Elemirio parla bene e con frasi a effetto, è seducente e all'accusa di aver avuto troppe donne e poche mogli risponde: «Mi consenta. Se uno conosce il mio amore per l'oro, misura la mia contrizione dalla somma che pago», e qui si capisce subito, sarà pure la riscrittura di Perrault ma è Berlusconi travestito. Insomma, in piena campagna elettorale arriva a sorpresa l'endorsement nothombiano per Silvio.
Strepitosa nei dialoghi, ha eliminato il resto, lasciando solo i dialoghi, densi di aforismi degni di Oscar Wilde, mentre le descrizioni sono ridotte al minimo, e per fortuna. Forse perché è nata in Giappone, ma non ha la giapponesità lungagnosa dei giapponesi: lei 1Q84 te l'avrebbe risolto in cento paginette, e sarebbe passata oltre.
Ha solo due grossi difetti, Amélie, gravissimi per un italiano, veniali per una francese di mondo come lei: è una di quelle scrittrici lette da Daria Bignardi, e dalla Bignardi c'è andata perfino ospite. In genere un autore italiano con questi due bollini di non qualità va evitato assolutamente, ma poi ho pensato che perfino io se mi invitasse una Bignardì francese mica la riconoscerei, ci andrei e basta.
Tenete presente che i libri di Amélie sono così minimalisti da non poter essere recensiti, sono come farfalle di cui ti rimane la polverina sui polpastrelli e poi non volano più, si possono solo leggere, e questo è un bene. Non sono usa e getta perché alla fine te li tieni, e senza accorgertene un giorno ti accorgi di avere lo scaffale Nothomb più lungo dello scaffale Balzac. Generosamente la casa editrice Voland ha fatto anche un bellissimo Maxi Nothomb, cinque romanzi al prezzo di uno. Ma proprio perché non si possono recensire non hanno trovato di meglio da piazzare sulla quarta di una frase di Elisabetta Rasy, ditemi voi se non sembra Nichi Vendola che per sbaglio ha letto Safran Foer: «Una scrittura liquida capace di superare con disinvoltura ogni ostacolo e preoccupazione di credibilità trascinando nella sua corsa di superficie banalità quotidiane e verità del cuore, citazioni colte e battute da cabaret, tragedie, delitti, amori, ogni cosa è illuminata dal faro freddo della bizzarria».
La prossima volta la chiedano a me, una frase per la quarta, anzi gliela servo qui gratis, da fascetta: Amélie è veramente figa.

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