La verità sul Lodo Moro: i documenti che cambiano tutto

Circa 30mila documenti da archivi italiani ed europei per confermare l'esistenza del cosiddetto "Lodo Moro" e smontare una ad una le leggende proliferategli attorno. Il poderoso lavoro della professoressa Lomellini

Che cos'è il "Lodo Moro" e quali furono i rapporti tra Italia e terrorismo palestinese

“La storia della Repubblica italiana è intessuta di varie leggende. Una di queste è il Lodo Moro”. Questo l’incipit del libro Il Lodo Moro: terrorismo e ragion di Stato 1969 – 1986, pubblicato da Laterza e firmato dalla professoressa universitaria e ricercatrice Valentine Lomellini. Un incipit decisamente adeguato, se si pensa all’alone di mistero che da sempre aleggia attorno a uno dei temi maggiormente dibattuti da chiunque si occupi – per lavoro o per passione – di storia contemporanea. Un accordo sottobanco a opera dei servizi segreti effettuato su mandato di Aldo Moro per arginare il dilagante terrorismo arabo-palestinese in Italia; un patto con il diavolo; una leggenda, per l’appunto. In effetti, l’interpretazione di cosa sia stato – dando per buona la sua esistenza – il cosiddetto Lodo Moro varia sensibilmente a seconda dei punti di vista, che possono essere di volta in volta condizionati da opinioni personali, studi effettuati, tendenze politiche e chi più ne ha, più ne metta. Con questo libro, la professoressa Lomellini tenta un’operazione quanto mai coraggiosa nell’epoca dell’informazione a portata di tutti, soprattutto di chi l’informazione la vorrebbe piegata ai propri bisogni contingenti: tenta (e ci riesce) di spiegare cosa sia stato il Lodo Moro non secondo la sua personale opinione, ma carte alla mano, dopo un lavoro durato sei anni e la consultazione di circa 30mila pagine di documenti andati a scovare in più di venti archivi tra Italia ed Europa. Ne esce un lavoro storico rigoroso, uno spaccato nitido degli anni della strategia della tensione, delle stragi, del terrorismo politico. Anni in cui l’Italia venne in qualche modo “risparmiata” dal terrorismo mediorientale, fatta eccezione per alcuni sanguinosi attentati che hanno lasciato a terra circa sessanta morti (Fiumicino, 17 dicembre 1973; sinagoga di Roma, 9 ottobre 1982; Fiumicino, 27 dicembre 1985; Achille Lauro, 8-10 ottobre 1985; Fiumicino, 27 dicembre 1985). Un libro, questo, che chiarisce anche – e forse soprattutto – l’origine di un nome per certi aspetti fuorviante. È leggendo queste pagine che in effetti si scopre come il "Lodo Moro" non sia in realtà ascrivibile solamente allo statista pugliese ucciso il 9 maggio 1978, ma a una pluralità di soggetti. In occasione dell’uscita nelle librerie, abbiamo intervistato l’autrice.

Professoressa Lomellini, come nasce questo libro?

È una bella domanda. In realtà nasce quasi per caso. Ho lavorato per anni a una ricostruzione comparata delle politiche di Italia, Francia, Gran Bretagna e Germania rispetto al terrorismo arabo-palestinese dalla strage di Monaco, alla strage di Lockerbie. Portando avanti questo studio ho potuto visionare una serie di documenti che mi orientavano a rivalutare, o meglio, ripensare la questione del Lodo e la presunta eccezionalità del “caso” italiano. Da qui, soprattutto da un documento del 23 ottobre 1973 che riguarda la trattativa tra Italia e Olp rispetto ad alcuni terroristi in quel momento carcerati nel nostro Paese, ho iniziato a interrogarmi sul tema e a chiedermi perché il Lodo Moro si chiami in questo modo, quando in realtà tutti i documenti – sia negli archivi italiani, sia all’estero – indicavano che il Lodo non era un “Lodo Moro”, ma il risultato di un lavoro diplomatico portato avanti da diverse persone.

Nel corso di queste ricerche ha trovato qualcosa che non si aspettava di trovare?

Ci sono diverse novità in questo libro. Abitualmente il lodo è stato presentato come una sorta di accordo stretto in sordina; è stato chiamato anche “Lodo d’intelligence”. In realtà con questo lavoro ricostruisco intanto l’esistenza effettiva del Lodo e, in secondo luogo, il fatto che non si è trattato di una devianza delle politiche dello Stato, ma che è stato una vera e propria politica dello Stato. Dimostro che la sua paternità non è di Aldo Moro, ma corale - sono coinvolti in queste vicende, tanto per fare alcuni nomi, Mariano Rumor, Giulio Andreotti, Bettino Craxi – e dimostro che gli interlocutori non sono quelli che fino ad oggi si è pensato che fossero. Si è sempre parlato di un accordo stretto tra l’Italia e la resistenza palestinese, ma in realtà l’accordo è tra Italia, resistenza palestinese, ma – soprattutto dal 1973 in avanti – con una serie di Stati “sponsor” del terrorismo internazionale: Libia, Iraq e Siria.

Perché allora questo accordo viene attribuito al solo Aldo Moro?

L’accordo viene definito “Lodo Moro” in una serie di passaggi. La definizione si sviluppa tra gli anni Ottanta e Novanta, quando comincia a emergere l’idea generica che fosse esistito un accordo tra Italia e resistenza palestinese in generale. Questo soprattutto a seguito di una serie di articoli pubblicati dal settimanale Panorama. Il momento in cui però nasce l’espressione che dà il titolo al libro è a metà degli anni Duemila, quando il presidente emerito della Repubblica, Francesco Cossiga, prima in una lettera a Vincenzo Fragalà, membro della commissione Stragi e deputato di An, e poi in un’intervista ad Aldo Cazzullo sul Corriere della sera nel 2008, parla del “Lodo Moro” e ne parla per spiegare quelle che secondo lui sarebbero state le vere ragioni della strage di Bologna.

Dunque si tratta fondamentalmente di un equivoco?

Come molti altri quando si affronta questo argomento. Tanto per fare un esempio: il Lodo non si è mai concretizzato nel mancato arresto di guerriglieri sul suolo italiano, non c’è una sorta di “divieto” di arresto o di impunità dei terroristi. I guerriglieri vengono sempre arrestati e poi, grazie all’intervento degli Interni, degli Esteri e alla collaborazione di alcuni magistrati e addirittura – nel 1976 – dell’allora presidente della Repubblica, Giovanni Leone, che dà la grazia ad alcuni terroristi libici, vengono liberati. Dunque il Lodo si concretizza in un processo agevolato, ma mai nella prevenzione dell’arresto. È una politica che si sviluppa ad altissimo livello e una delle tesi di questo volume è che ci sia una grossa strumentalizzazione della figura di Moro. Nel libro riporto un documento dell’autunno 1971 in cui un organismo interno al Ministero degli Interni retto da Franco Restivo, nel governo Rumor, sostiene che Moro finanzi Al-Fatah. Questo è un indice della forte strumentalizzazione che è stata fatta nella lettura dell’apertura da parte di Aldo Moro rispetto alla politica mediterranea e alla questione israelo-palestinese. E se consideriamo che in quel momento Moro era ministro degli Esteri, ci accorgiamo di quanto fosse grave e inquietante che circolassero certe informazioni date per attendibili.

Si aspetta delle critiche?

Mi piace confrontarmi con temi complessi, che hanno l’obiettivo di poter far riflettere su nodi complicati della nostra storia nazionale. Dunque sì, mi attendo critiche da ambo le parti. Ma significherebbe che ho fatto bene il mio lavoro.

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