Matila Ghyka, il cantore della Mitteleuropa perduta

L’esule rumeno è stato un grandissimo scrittore capace di condensare nelle sue pagine tutta un’epoca

Negli anni Cinquanta del secolo scorso, lo storico delle religioni Mircea Eliade incontrò al parigino caffè Les deux Magots il suo connazionale Matila C. Ghyka, ex diplomatico di carriera, ex ufficiale di marina, ex aristocratico in fuga da una nazione, la Romania, che essendo divenuta una repubblica popolare comunista, aveva risolto il problema del cosiddetto “sangue blu” colorandolo del rosso ideologico dell’abiura e/o del carcere, e del rosso fisico delle esecuzioni. Eliade era allora un brillante quarantenne con tanto di cattedra universitaria negli Stati Uniti, Ghyka un settantenne senza più né arte né parte, costretto ai lavori saltuari di un precariato dal sapore studentesco: nella fattispecie, pacchi di Natale in un grande magazzino di Parigi... Nell’Europa fra le due guerre e fino alla Seconda guerra mondiale, il primo era stato un po’ un protégé del secondo: «Sarà più utile a Londra accanto a Matila Ghyka» aveva fatto dire il ministro della Propaganda Giurescu al giovane e scalpitante professore di filosofia a cui la Romania stava stretta, la Francia a stava per essere invasa dalla Wehrmacht e l’America restava una chimera. Ghyka, allora vice ministro, ovvero ambasciatore, per l’Inghilterra era la voce inglese amica e lo era da prima della Grande guerra, di volta in volta addetto diplomatico, consigliere culturale, membro del Pen Club. Era altresì una figura di spicco di quell’intellighentia europea e cosmopolita che aveva come capitale e faro culturale Parigi... Era un buon amico di Paul Morand, il più inglese degli scrittori francesi, con cui del resto aveva condiviso una garçonniere a Londra, aveva pubblicato per Gallimard un saggio, Le nombre d’or, sulla Divina Proporzione e, sempre per la stessa casa editrice, un romanzo di grande successo, Pluie d’étoiles, subito tradotto oltre Manica. Aveva conosciuto Proust e Valery, Fargue e Saint-Exupéry, era stato intimo del clan Bibesco, aristocratici, diplomatici, uomini e donne di mondo, uomini e donne da camere da letto di grandi alberghi e hôtel particulier... Quel giorno ai Deux Magots, di quel brillante passato, osservò Eliade con malinconia, non c’era però più traccia: «A un primo esame, i suoi vestiti, nonostante fossero di una pulizia impeccabile, non potevano più nascondere la loro età; e così pure la camicia, la cravatta o le scarpe. E si scopriva improvvisamente, sul suo viso calmo, immobile, quasi rigido, una strana stanchezza che non dipendeva dalla vecchiaia, perché nulla era invecchiato in Matila Ghyka, né lo spirito né il corpo. Ci si chiedeva se questa specie di spossatezza fosse dovuta al lavoro eccessivo e alla vita da studente che conduceva». In seguito, chiedendo un po’ in giro, Eliade capì di averci visto giusto. L’ex principe (il bisnonno di Ghyka era stato l’ultimo principe regnante della Moldavia, prima che l’unione di quest’ultima con la Valacchia desse vita, nel 1881, l’anno della nascita di Matila, al regno di Romania), l’intellettuale e il bon vivant di casa sulle rive della Senna come su quelle del Tamigi, il visiting professor delle università d’oltre-oceano faceva lavori a cottimo: tesi di laurea, traduzioni, ripetizioni, accompagnamenti turistici, traslochi di mobili, la bohème di ogni ventenne che si rispetti rivissuta da chi ne aveva ora settantacinque... «Un’ingiustizia» commentò Eliade nel chiudere il suo racconto: «Ma sono sicuro che non si è mai lamentato: con nessuno». C’è però un elemento che sfugge a questa rievocazione. Proprio al tempo di quell’incontro, Ghyka aveva pubblicato in francese, ma senza successo, le sue memorie: Couleur du monde, era il titolo. Erano due volumi pieni di vita, come del resto era stata la sua esistenza, struggenti nella loro ostinazione a ricercare ovunque e comunque una sorta di armonia segreta fra l’uomo e l’universo. Sprizzavano ottimismo, insomma, erano in controtendenza rispetto allo spirito del tempo e facevano del loro autore un uomo del passato a cui il presente negava il diritto di cittadinanza. Erano in controtendenza anche rispetto alla piccola, ma animosa pattuglia romena espatriata in Francia che proprio in quegli anni stava dando il meglio di sé, i Cioran, gli Ionesco, ovvero l’assurdo e la disperazione, l’inutilità, il vuoto, l’attrazione verso il nulla... Infine, erano in controtendenza politicamente parlando. La Romania era ormai parte integrante di quell’Europa dell’Est in cui le democrazie popolari infeudate a Mosca avevano asfaltato ogni ricordo di ciò che erano state, il drammatico, ma fiabesco mondo degli Imperi centrali e delle teste coronate, la Bucarest come la piccola Parigi d’Oriente, la magica Praga, la Budapest delle czarde e dei valzer, la Mittel-Europa, in breve, di cui nulla meritava di essere tramandato. Ogni nostalgia andava bandita, perché infetta di nazionalismo, di bellicismo, naturalmente di fascismo, e ogni romeno che non fosse emigrato in tempi non sospetti (a anche qui, quante delazioni a scoppio ritardato si sarebbero via via verificate) colluso con le Guardie di ferro, Codreanu, il nazismo... Per riassumere, Ghyka era un impresentabile fantasma. Tempo dieci anni, e un altro romeno in esilio, Vintila Horia, si sarebbe visto sottrarre un meritato Goncourt per il suo Dio è nato in esilio, per crimini ideologici... Ghyka, fortunatamente per lui, era morto pochi anni prima, a Londra, dove era tornato e da dove, forse, con la mente non se n’era mai andato. L’orribile 2020 che ci ha appena lasciato, ci ha regalato se non altro un piccolo gioiello di carta, la prima edizione in italiano di quel Pluie d’étoiles scritto ormai un secolo fa, molto ben tradotto e prefato da Maria Sole Iommi e con un puntuale nota biografica di cui ci siamo utilmente serviti (Pioggia di stelle, Atlantide editore, 395 pagine, 26 euro). È una sorta di Mondo di ieri di Zweig o di Marcia di Radetzky di Roth, ma senza il gusto amaro della decadenza, malinconico senza essere tragico, romanzo-mondo e insieme romanzo-spirituale. Storia di un diplomatico dell’Austria-Ungheria, Napoleone di Maleen-Louis, che all’indomani della Prima guerra mondiale si trova come un ronin –«letteralmente uomo-flutto, anonimi come le increspature sulla superficie dell’acqua, che vagavano attraverso l’impero, malinconici vagabondi, mendicanti, eremiti o saltimbanchi»- e cerca coraggiosamente e con fatica di trovare una propria collocazione, Pioggia di stelle rimanda nel titolo alla visione che un giovane cartografo della nuova repubblica austriaca, Massimiliano Dego, ha di fronte alla bella ed enigmatica Théa di Wallenstein: «Una pioggia di stelle vista in pieno giorno nel parco» di Vienna. Costruito su un arco temporale di appena nove mesi, il romanzo è però una ricostruzione vertiginosa della Vienna dell’Opera e dell’Hôtel Sacher, della Praga occulta degli anni Venti, della Londra di inizio secolo. C’è spazio per giovani diplomatici francesi, misteriose principesse slave dagli occhi grigi, uomini “nuovi” dall’ignoto passato... Soprattutto, c’è spazio per la magistrale ricostruzione di un’epoca, mobili, stili, arte, musica, religione, costumi, cui l’autore presta la sua curiosità, la sua cultura, la sua esperienza del mondo: «L’umiliazione, l’esilio, la gelosia, tutte le sofferenze che l’essere amato può infliggere a colui che ama senza misura, lui le aveva conosciute; per quattordici anni si era macerato in un’inesprimibile nostalgia, le tenebre della grande tristezza muta…Senza sperare, senza dimenticare, senza rinnegare…E adesso, il miracolo si era prodotto». Una delle chiavi del libro, e forse della stessa vita di Ghyka, è in una frase che un’ex ambasciatore dell’ex Austria-Ungheria dice al suo ex collega in diplomazia Maleen -Louis nel corso di un pranzo: «Come diceva qualcuno, non è necessario sperare per intraprendere». È una citazione monca del motto di Guglielmo il Taciturno: «Né riuscire per perseverare» è la sua conclusione. Nel ricostruire gli sparsi frammenti di ciò che è stato e di quel che resta, Ghyka dà vita in quegli anni Trenta in cui i venti di guerra hanno ripreso a soffiare e la tempesta sta per abbattersi sul Vecchio continente, a una sontuosa, commossa quanto vitale rievocazione della bellezza e dell’amore, della fedeltà alla parola data e della dignità del vivere. Che a pubblicarla sia una piccola, per dimensioni, non per ambizioni, casa editrice, fa capire in che mano siano quelle grandi.

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