"Niente certezze assolute ma idee sempre migliori"

Il filosofo Giulio Giorello: "Lasciamo perdere i soloni. Le risposte sono in Kant, Leopardi, Russel e Popper."

Giulio Giorello, filosofo, epistemologo, professore di filosofia della scienza all'Università statale di Milano, riflette sulla pandemia e su che cosa significhi, per la scienza e i suoi ideali, e per il progresso di cui l'umanità si vanta... E lo fa «direttamente», nel senso che la sua riflessione avviene dal Policlinico di Milano, dove è stato ricoverato proprio a causa del Coronavirus. «Sono stato fortunato, non ho avuto conseguenze pesanti. Mi sento bene».


Professor Giorello, la sua prima reazione di fronte all'emergenza?


«La prima reazione? Che il regime socialista cinese ci ha fatto un bel regalo... Ci ha regalato le sue sporcizie e le sue contraddizioni. È inutile prendersela astrattamente con il capitalismo del Nord dell'Europa o del Nord America perché, se non sbaglio, il Paese dove è nata la porcheria è la Cina cosiddetta popolare».


Però professore, con tutte le conquiste scientifiche e tecnologiche di cui ci vantiamo, non è un vero disastro?


«Certamente. A questo proposito, la filosofia della scienza ci dice una cosa importante, ovvero che, al contrario di certe astrazioni fatte in modo facilone da studiosi dai toni trionfalistici, la scienza non dà certezze, bensì dubbi e domande. La scienza è un'impresa critica».


Quali sono queste «astrazioni»?


«Mi riferisco alla convinzione che ogni problema, affrontato in modo scientifico, sarà prima o poi risolto in tempi brevi. E poi ci sono alcuni politici, incompetenti in campo scientifico, che vogliono fare i padroni della città, e questo mi sembra intollerabile. Sono capaci solo di sparare decretoni che dimostrano la loro inadeguatezza culturale, e non solo».


I politici dovrebbero ascoltare di più gli scienziati?


«Dovrebbero imparare la lezione della scienza, ovvero essere consapevoli che la scienza è fallibile e compie errori ma, da questi errori, possiamo imparare. Questo è, appunto, il carattere fallibile-critico dell'impresa scientifica, così come è stato messo in luce da grandi pensatori del secolo scorso, come Russell e Popper».


Che cosa ci insegnano Russell e Popper?


«È inutile pretendere, dall'impresa scientifica, sicurezze che non può darci; ma dobbiamo pretendere quell'atteggiamento critico che permette di andare avanti, cioè di sostituire alcune idee con altre, migliori».


Fino a pochi mesi fa si parlava di tornare sulla Luna, addirittura di andare su Marte, e ora siamo tutti in quarantena. Per la scienza non è una bella botta?


«Certo. Secondo me però la scienza non deve perdere le sue grandi speranze: deve riconoscere che può sbagliare e, sbagliando, imparare dai suoi errori».


Non è un fallimento per la scienza?


«No, nel senso che la scienza può incontrare grandi difficoltà ma, con spirito critico, può puntualizzarle e, in qualche caso, avere successo. E questo è un fatto estremamente positivo».


Forse c'è stato un eccesso di fiducia nelle nostre potenzialità?


«Gli eccessi di fiducia non sono mai molto utili».


C'era qualcuno convinto che ormai avessimo risolto tutto? Che pensava ai robot che ci avrebbero sostituito, all'Intelligenza artificiale che avrebbe governato il mondo, ai viaggi turistici nello spazio...


«La tecnologia e la scienza sono tutt'altro che onnipotenti, sempre per citare Russell; ma riconoscerlo non mette in crisi l'impresa scientifica, anzi è capirla bene, senza attribuirle dei compiti che vanno al di là della struttura della scienza stessa».


Quali sono questi compiti?


«C'è un punto di vista, diffuso anche negli Stati Uniti, secondo cui la scienza può tutto. Non è vero che può tutto, ha dei limiti ma, da questi limiti, la scienza può andare avanti, ottenendo successi sul lungo periodo, non banali. È sempre Russell a dirlo».


E che cosa ci dice, questa crisi, dell'ideale illuminista che sembrava avere trionfato e della considerazione che l'uomo ha di sé stesso, che spesso coincide, oggi, con il progresso?


«Sa, il mito delle magnifiche sorti e progressive fu già demolito, guarda caso durante un'epidemia di colera, da un grande intellettuale italiano, Giacomo Leopardi... Il quale non considerava la scienza una sciocchezza, bensì aveva un grande interesse per essa, come mostra la Storia dell'astronomia che scrisse da giovane, in cui si preoccupò di distinguere gli apporti scientifici dalle superstizioni di carattere astrologico».


Un grandissimo poeta che amava la scienza, che cosa ci insegna oggi?


«È di grande attualità, come dimostrano sia la Storia dell'astronomia, sia le osservazioni filosofiche dello Zibaldone: un grande pensatore razionalista che sa prendere il meglio della lezione dell'illuminismo tardo settecentesco».


Questa lezione è ancora valida?


«Direi che dice molto di più l'illuminismo di fine '700, dell'epoca di Kant, di quanto ci dica la vulgata marxista che dobbiamo sopportare da parte dei cosiddetti politici di sinistra, che sembrano totalmente inadatti alla complessità della situazione reale».


Quindi dobbiamo tornare a Kant?


«È un pensatore non semplice, ma ricco di molte pieghe interessanti e vive, e non è il solo. Prenda Hume. O prenda Baruch Spinoza, il filosofo che ha affrontato il tema dell'universo senza margine e senza confine; per certi versi è il grande interprete della Rivoluzione copernicana e del suo cambiamento di prospettiva».


C'è chi vede in quei pensatori la radice dell'eccesso di razionalismo a cui siamo arrivati.


«In Spinoza direi che non è così, resta un grande pensatore della sobrietà, forse più di Kant».


Ma oggi?


«Dipende dall'uso che sappiamo fare di questi grandi pensatori dell'illuminismo, che qualche studentello mediocre considera un insieme di formule astratte, senza rendersi conto di quanto l'illuminismo capì i problemi concreti della scienza di allora. Quindi dobbiamo guardare bene quali fossero i grandi problemi della filosofia illuminista e capire come molti dei problemi attuali abbiano le loro radici in quei grandi problemi».


L'illuminismo ci parla ancora?


«È ancora un punto di riferimento perché non è una dottrina compatta, bensì un insieme di atteggiamenti mentali che valutano la componente critica e la valorizzano; e oggi più che mai abbiamo bisogno non della sicumera dei politicanti, bensì di questo atteggiamento critico».


Un microbo ci ha messo in crisi...


«Sa, a volte le cose piccole sono estremamente pericolose. Quando ho visto i primi numeri relativi alla Lombardia, mi aspettavo che l'epidemia esplodesse; però questo non significa pensare che qui la scienza abbia fallito».


Perché no?


«Perché la scienza è un lavoro fallibile, che lentamente impara dai suoi errori; e se impara, beh, è un successo».


Da un altro punto di vista, la scienza è la nostra salvatrice?


«La scienza non è una salvatrice, è un complesso di attività razionali e controllabili in cui si esprime il senso critico, che è il contrario rispetto al considerare la scienza come un insieme di ricette infallibili. Invece, come ci dice il grande insegnamento di Russell e Popper, la scienza è fatta di ricette fallibili».

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