Orhan Pamuk: "Che meraviglia la parola ‘dibattito’. La parola deve essere sempre libera"

Il premio Nobel, in Italia per il premio Costa Smeralda, parla di guerra, Russia, libertà di espressione e del nuovo romando sulla “peste”

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da Porto Cervo (Sassari) Settant’anni, una dozzina di romanzi dalla prosa arabescata e disturbante, un museo letterario che sta costruendo da anni a Istanbul - il museo dell’Innocenza, generato dalle storie del suo romanzo omonimo e che tra centinaia di oggetti d’epoca racconta storie e vite della borghesia della Istanbul dal 1970 agli anni 2000 (“L’ampliamento continuano: è un museo, in pieno svolgimento, che dimostra il potere dell’immaginazione di plasmare la realtà”) - una fama mondiale e, accidentalmente un Nobel, nel 2006: “Se la mia vita è cambiata dopo il premio? Sì, certo, e solo in meglio. E’ la mia scrittura che è rimasta uguale”.

Orhan Pamuk, scrittore ostinatamente turco, è amatissimo ovunque, un po’ meno in patria – nemo propheta… - da sempre riflette sulle relazioni insidiose fra Occidente e Oriente e l’identità confusa della Turchia di ieri e di oggi: hüzün, passeggiate sul ponte di Galata e nubi sul Bosforo… Oggi Pamuk – scrittore molto poco mondano, defilato ma che sa bene quanto siano letti e amati i suoi libri da noi - è lontano da casa: è qui in Italia, a Porto Cervo, dove ieri ha ricevuto il premio Costa Smeralda, una nuova edizione presieduta da Renzo Persico con la direzione artistica di Stefano Salis per rilanciare anche dal punto di vista culturale un mito luxury della Gallura. La Costa Smeralda compie 60 anni - dieci meno di Pamuk, ma stessa internazionalità - da quando l’Aga Khan, era il 1962, anno di jet set e glamour diffuso, inventò un brand ante litteram diventato un’entità geografica. Da Marmara ad Arzachena, da una parte all’altra del Mediterraneo. In mezzo: storia, miti, paesi, letteratura, politica e guerre.

Orhan Pamuk, la guerra è alle porte – geograficamente - della Turchia.

“Ho fatto a tempo a vivere all’epoca della Guerra fredda, e anche allora, come oggi, l’umanità era terrorizzata dalla bomba atomica. Rispetto a quel periodo, però, c’è una grande differenza. Per buona parte della seconda metà del Novecento abbiamo fatto i conti con superpotenze che si fronteggiavano opponendo due mondi e modelli completamente diversi, cioè il capitalismo e il socialismo, dando vita, per cinquant’anni, a una sorta di equilibrio militare, geografico, economico… Oggi invece abbiamo solo una potenza, la Russia, che si è messa contro l’intero sistema mondiale e il modello capitalistico, creando un fortissimo squilibrio. E da qui nasce la minaccia che allarma tutti. Una minaccia che credevamo di aver dimenticato: la bomba atomica”.

Come si può uscire dalla minaccia atomica?

“Difficile dirlo. In passato mi è capitato di essere molto critico nei confronti del presidente degli Stati Uniti, Barak Obama, per non essere intervenuto quando Putin aggredì la Crimea. Ma ora mi chiedo: cosa avrebbe dovuto fare? Se si fosse esposto, se avesse agito, saremmo precipitati nella tragedia di Re Lear di William Shakespeare: ‘Le cose che farò, ignoro quali siano; ma tali saranno da riempire di terrore la terra’. Ecco il dilemma”.

Avrebbe mai pensato che Occidente e Oriente si sarebbero ritrovati a questo punto?

“Mi ricordo di un romanzo che ebbe molto successo quando uscì, e ne trassero anche un film famoso. Si intitola On the Beach, L’ultima spiaggia, un romanzo di fantascienza postapocalittica scritto da Nevil Shute, del 1957. Racconta di un pianeta Terra devastato da una terza guerra mondiale scatenata da piccole potenze atomiche che provocano la reazione delle superpotenze. Gli ultimi sopravvissuti sono confinati in Australia. Le nubi radioattive stanno uccidendo tutti gli esseri viventi. L’umanità precipita nel terrore e nella rassegnazione… Bene. Sono passati settant’anni, c’è stato il disarmo nucleare, l’Onu che ha vigilato per tutelare la pace, eppure siamo ancora qui. Precipitati nello stesso incubo. E questa volta non è un romanzo, ma una paura reale”.

Un’altra paura che pensavamo di avere superato è la “peste”, invece stiamo attraversando una pandemia mondiale. Il Suo nuovo libro si intitola “Le notti della peste”, e arriverà a settembre in Italia, per Einaudi.

“E’ uscito sei mesi fa in Turchia, e poco prima della guerra anche in Russia. Ho fatto in tempo anche a fare interviste coi giornali russi… Ho cominciato a scriverlo sei anni fa, e ho continuato per tutto il tempo della pandemia. Ma la verità è che immaginavo di scrivere una storia sulla peste già quarant’anni fa… I miei amici quando hanno saputo che ci stavo lavorando, mi dicevano, “Ma scherzi? Un romanzo sulla peste? Ma a chi interessa?”. Poi è accaduto che la peste è arrivata davvero. E a quel punto mi hanno detto che ero fortunato per aver anticipato la realtà con l’immaginazione. Ma non mi ritengo fortunato. Mia zia è stata portata via dal Covid. Fu una delle prime vittime dell’epidemia a Istanbul. Alla fine, poi, il libro è uscito, sta avendo successo, ma in qualche modo, pensando a tutti i morti della nuova peste, mi sento in colpa: è come un karma che mi è tornato indietro attraverso un lutto personale”.

Cosa significa per Lei essere turco?

“L’essere turco, per me, non è una questione di razza o di sangue, di religione o di geografia, ma di lingua. Sono turco perché parlo il turco. E’ l’essenza del mio essere turco. Solo nella mia lingua, come scrittore, posso lasciarmi andare a tutte le acrobazie che sogno e che desidero”.

E essere europeo?

“Mi considero un turco “occidentalista” (che al netto della traduzione, crediamo significhi “filo occidentale”, ndr) – esattamente come si sentono milioni di turchi come me, e come ci ha insegnato Kemal Ataturk, fondatore e primo presidente della Repubblica di Turchia. Io mi sento molto vicino all’Europa, come si sentiva lui. Certo: poi ci sono anche molti milioni di turchi, il 50 per cento, che ancora si oppongono all’idea di Europa…”.

Che ruolo devono avere gli intellettuali nel dibattito pubblico?

“Dibattito, dibattito… che magnifica parola… Dibatitto… dibattito… Covid, guerra, politica… non importa di cosa possa parlare l’intellettuale. L’importante è che possa parlare. Che la parola sia libera. Cosa che in Turchia, oggi, non è. A volte tante parole sono inutili. Ma che si possa parlare di tutto è una cosa meravigliosa. Soprattutto vista dalla Turchia… Faccio un esempio: io ero in disaccordo con Donald Trump. Ma il fatto che Twitter l’abbia bloccato è un grosso errore. E non solo. E’ un errore che negli Stati Uniti molti liberal non si siano alzati a protestare contro il divieto imposto a Trump di parlare su un social”.

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