Il Salone del libro fa autogol: «I social urlano nel vuoto»

Bene, tutto Bene. Al prossimo Salone internazionale del libro di Torino, in programma da giovedì 8 a lunedì 12 maggio, la Santa Sede sarà ospite d'onore. Il tema del Bene sarà il filo conduttore. La Tamaro farà da madrina ufficiale. Matteo Renzi, atteso per l'11, da padrino non ufficiale. Gli incontri sono tanti e interessanti. Noi seguiremo Giuliano Ferrara, Vittorio Feltri, Antonio Pennacchi, Pietrangelo Buttafuoco, Aurelio Picca, Jean Clair, Vittorio Sgarbi, Joe R. Lansdale, Michele Mari, Francesco Pecoraro, Sebastiano Vassalli, Fabio Stassi, Marco Buticchi con Ildefonso Falcones. Seguiremo anche Officina editoria, il progetto guidato da Giuseppe Culicchia per accendere i riflettori sulla piccola editoria. Così lo scrittore torinese: «In Italia si pubblicano 55mila titoli l'anno, ma oltre la metà vendono tra zero e una copia. Il risultato è così un'offerta che risulta in realtà molto standardizzata». Giusto e bello e buono dunque valorizzare il lavoro di qualità affinché non vada perduto per deficit di informazione. Magari a certi incontri faremo soltanto un salto, tipo Walter Veltroni, Francesco Piccolo, Michele Serra, Luciana Littizzetto, Ferzan Ozpetek, Serge Latouche, Eugenio Scalfari, Oscar Farinetti, Giovanni Floris, più che altro perché li vediamo in tv o li leggiamo sui giornali o ne sentiamo parlare quasi tutti i giorni, quindi che bisogno c'è di seguirli anche a Torino?
Però il Salone del libro non sarebbe divertente se non offrisse sempre il fianco a qualche polemica. A esempio, che bisogno c'era di dire, come ha detto ieri il direttore Ernesto Ferrero, che «quello dei social network è un mondo di solitari che gridano nella vana speranza che qualcuno li ascolti»? A parte che il Salone stesso è presente nei social, nei giorni caldi gli utenti di Twitter si raccoglieranno intorno all'hashtag #SalTo14 per commentare libri, acquisti e incontri. È un'ottima pubblicità (gratuita) per il Salone stesso e per il mondo della lettura in generale. I solitari sono in cerca di altri solitari con i quali condividere un'esperienza culturale e sentirsi meno solitari. Nessuno, che io sappia, grida. Ieri «i solitari» erano però sommessamente delusi. Se la cultura è (anche) innovazione perché ridurre a inutile rumore di fondo l'universo variegato dei social network, cioè il futuro?

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