San Pietro, l'isola felice dell'eterno ribelle Jünger

Per il sessantenne filosofo la perla sarda che frequentò negli anni '50 funzionava come detonatore di emozioni E gli restituiva la pace

A Parigi, una quindicina d'anni fa, trovai alla Ulysse di rue Saint Louis en l'Ile, un libretto in francese di Ernst Jünger: San Pietro suivi de Serpentara era il titolo, La Délirante la casa editrice. Per la verità, «trovare» non è il verbo esatto, perché presuppone una ricerca e io quel giorno non stavo affatto andando in cerca di Jünger, bensì di un autore che si chiamava Henry de Monfreid. L'Ulysse annovera fra i suoi padrini di battesimo Ella Maillart, velista e scrittrice di viaggi, e Hugo Pratt, il creatore di Corto Maltese e de Monfreid condivideva con la prima la passione per il mare, con il secondo quella per l'Etiopia, e con entrambi un certo qual gusto per l'avventura, l'irrequietezza, il non conformismo, lo stare ai margini. In breve, per la mia «caccia» mirata quella piccola libreria aveva un senso, ma a ben guardare l'essermi imbattuto in Jünger non era poi così fuori bersaglio. Uno dei suoi libri ha per titolo Ludi africani , un altro Un cuore avventuroso , un terzo Il contemplatore solitario e insomma era qualcosa di più di una semplice coincidenza, tralasciando il fatto che io alle coincidenze non credo, ma ai segni del destino sì, anche quando più di semplici coincidenze non riescono a essere. Non è un gioco di parole, semplicemente a volte il destino bussa e tu non sei prontissimo all'ascolto, ti sei distratto un attimo, non l'hai sentito arrivare. \

Quel testo di Jünger fu per me l'occasione per un reportage confluito poi in un libro, L'onda del Tempo , a cui rimando chi ne fosse interessato. Quanto a de Monfreid, la curiosità si trasformò in seguito in attrazione sino a tramutarsi in una biografia che proprio quest'anno vedrà la sua uscita per i tipi di Neri Pozza, più o meno in contemporanea con la prima traduzione italiana, dall'originale tedesco, di San Pietro su cui gli amici di Quaderni tabarchini mi chiedono adesso una nota. Come si vede, quanto detto prima a proposito di coincidenze e/o segni del destino ha una sua logica, confermata del resto da tanti altri piccoli o grandi elementi. \

Gli anni Cinquanta in cui per nove volte Jünger ritorna in Sardegna e in cui, più modestamente, io sono venuto al mondo, sono per lo scrittore lo spartiacque fra ciò che è stato e ciò che sarà, il simbolo quasi di una nuova esistenza nella quale la Sardegna stessa funge da cartina di tornasole del cambiamento. Nato sul finire del XIX secolo, Jünger ha attraversato la prima metà del Novecento senza farsi mancare niente: si è arruolato giovanissimo nella Legione straniera; è stato un eroe della Prima guerra mondiale, pluriferito e pluridecorato; ha scritto testi teorici per la cosiddetta «rivoluzione conservatrice» in Germania; ha riflettuto sulla figura del «milite-operaio» nella nuova era della tecnica; ha costeggiato il nazismo; ha partecipato, sempre da ufficiale, alla Seconda guerra mondiale; si è ritrovato un vinto di quella Germania nibelungica annichilita dal suo stesso fuoco distruttore e di cui, da tedesco anche se non da nazionalsocialista, ha condiviso sino all'ultimo la sorte. Tutto ciò in cui ha creduto o sperato è andato in fumo, idee, visioni del mondo, prospettive storiche e meta-storiche, considerazioni geopolitiche.

Arrivato a sessant'anni, Jünger insomma ripensa se stesso e il mondo che lo circonda. Sono gli anni del Trattato del Ribelle , del cosiddetto «passaggio al bosco», ovvero l'incontro con il proprio io, «con il nucleo inviolabile, l'essenza di cui si nutre il fenomeno temporale e individuale». Sotto questo aspetto, la Sardegna è per lui una conferma e insieme una rivelazione. «In quell'isola, qualcosa di più potente del ricordo storico, o anche preistorico, agisce sullo spirito. Anche nelle catastrofi, raramente usciamo a quel punto dell'umano e dei suoi spazi per entrare nel movimento e nel linguaggio dei segni di una forza creatrice immediata. Le tracce delle epoche storiche sono allora come una scrittura di zampe di formica nella sabbia, leggibile fra due onde. Questo è il sapere, il trionfo che vive nella lingua dei profeti. Il mondo con i suoi rivolgimenti e i suoi abissi di stelle fisse non è che un velo disegnato da figure di fiamma e di ghiaccio, e che si solleva in un grande respiro». Gli sembra di essere «lontano dalla storia, prima del tempo misurabile, come su un piccolo balcone da dove si esce per percepire il flusso intemporale».

La Sardegna, cui si accompagna «un sentimento della solitudine» che è raro trovare, funziona per lui come un detonatore di emozioni. La scoperta di un coleottero di corteccia gli permette di «andare avanti a tastoni attraverso l'ordine visibile delle cose per avvicinarsi alla loro invisibile armonia, per procedere dall'incompiutezza del sapere verso ciò di cui si può solo avvertire un presagio. Quando si riesce a mettere il granello di polvere di un'ala di farfalla in armonia con l'universo, la meta raggiunta è priva di valore, non però il segnale, la pietra miliare che si è disposta lungo il cammino percorso. Le stesse ali alludono a qualcos'altro». \

San Pietro non è comunque solo una meditazione al muro del Tempo. Il fascino dello Jünger scrittore è lo stesso dello Jünger uomo, la curiosità e la disponibilità, l'assoluta mancanza di intellettualismo, nessuna posa. Lui che ha conosciuto la crema della cultura europea fra le due guerre, che intrattiene rapporti epistolari con giganti del pensiero quali Heidegger e Schmitt è egualmente a suo agio con pastori e marinai, non si tira indietro a tavola, partecipa alle feste e ai riti, gode della natura, camminate, nuotate, bagni di sole, è un naturalista e anche un naturista, rispettoso però degli usi e dei costumi altrui. È probabilmente il retaggio di un'educazione militare che nel crogiolo della Grande guerra ha mischiato e cementato le classi sociali, e insieme l'ultimo portato di un tipo umano pre-moderno in cui aristocrazia e popolo non sono ancora divenuti privilegio e plebe. \. È un guerriero, Jünger, un antico cavaliere nato in ritardo, in un'epoca che non era la sua, e da lui alla fine attraversata con l'elegante piglio dell'anarca, «colui che ha bandito da se stesso la società».

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