«Il cuore vale più della tecnica un assolo non si pensa, si vive»

È un «chitarrista di ricerca»; è anima della Pfm e del Centro Professione Musica di Milano (che compie in questi giorni 25 anni) dove - come sottolinea lui, Franco Mussida «si insegna a suonare dopo aver capito la musica in profondità», insomma uno che la sa lunga sulla sei corde.
«La chitarra è lo strumento migliore per esprimere la poesia e l’immaginazione che uno porta dentro. La chitarra è dolore, magia, esasperazione, eccitazione, rabbia. Sta a noi buttarla fuori. Se voglio creare un clima soffuso, alla Chet Baker, uso l’acustica con corde di nylon; se devo rileggere Amico fragile di De Andrè come faccio con la Pfm, esprimo quella lancinante disperazione con l’elettrica».
Lei è più per il colore che per il virtuosismo.
«Parafrasando la pittura non sono un iperrealista, preferisco l’impressionismo perché mi piace lasciare un po’ di mistero nei miei brani. Certo senza tecnica non vai da nessuna parte, ma la tecnica deve essere governata dal cuore, altrimenti tutto diventa superficiale».
Insomma la Pfm è l’ideale per la sua idea di musica.
«Sì, la fantasia, i continui esperimenti, l’immaginazione, il suono che nasce tra pancia e ragione. Per questo siamo diventati famosi nel mondo».
La chitarra è l’ultimo strumento non ancora travolto dall’elettronica.
«Insieme al sax. La tromba è la più facile da campionare perché è molto definita. La chitarra non è solo dinamica; vive a seconda di come il musicista la fa vibrare. Il modo in cui il dito tocca il tasto, la durata di un suono, il plettro sulla corda. Le note sono sette ma ogni volta che suoni lo stesso pezzo ha un’atmosfera diversa e questo dipende solo da te. Quando fai un assolo devi lasciarti andare completamente: cioè un assolo non si pensa ma si vive».
Però non ci sono giovani-chitarristi mito. I più giovani hanno cinquant’anni.
«Ci sono tanti bravi musicisti che suonano musica pessima. I grandi chitarristi sono nati in anni di grandi motivazioni sociali; ora bisogna azzerare tutto e motivare i giovani. Nell’82 io e mia moglie siamo stati tra i primi a tornare all’agricoltura biologica; per mangiare bene il rapporto con la terra è fondamentale. Per i chitarristi è lo stesso. L’albero di mele del rock ha più di mezzo secolo, è un miracolo che non sia marcito, ma bisogna rivitalizzarlo e riscoprirlo».
Quindi chi sono i maestri da riscoprire?
«Sono un miliardo, ma direi tra i melodisti Hank Marvin, Ritchie Blackmore e Mark Knopfler; poi i chitarristi d’energia che nascono dalla «mentalità Rolling Stones», cioè con un suono sporco e di rottura che vanno da Jimmy Page a Van Halen. Poi i ricercatori e gli estrosi guidati da Jimi Hendrix, che ha portato l’esplorazione alle estreme conseguenze e Frank Zappa, seguiti a livelli diversi da Robert Fripp dei King Crimson e John McLaughlin. Lasciando stare il jazz non posso non citare i maestri blues B. B. King, Eric Clapton e il dimenticato Alvin Lee dei Ten Years After. Uno dei più innovativi in assoluto però è l’acustico Michael Hedges».

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