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Dall'Ottocento a oggi quel capolavoro riemerso dal "talent della lirica"

Va in scena "Marina", opera con cui Umberto Giordano partecipò al Concorso Sonzogno

Dall'Ottocento a oggi quel capolavoro riemerso dal "talent della lirica"
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Mentre l'attenzione generale sarà rivolta a neve e ghiacci, medaglie e cronometri olimpici, a Milano - il 12 e 14 febbraio - si consumerà una gara speciale, o meglio: una rivincita musicale a distanza di 136 anni. Al Teatro Dal Verme va in scena Marina di Umberto Giordano, in prima esecuzione assoluta mondiale, come se un finalista dimenticato tornasse improvvisamente in pista.

Per capire riavvolgiamo il nastro. Correva il 1890 e il Concorso Sonzogno, il talent show dell'opera italiana, mise in fila settantatré giovani compositori, speranzosi di avere tra le mani il futuro del melodramma. In palio non c'era solo un premio, ma la possibilità di entrare se non nell'Olimpo, almeno nella scuderia giusta, la Sonzogno appunto.

Vinse Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni, opera in un atto solo, breve, velocissima, pulp. Perfetta per il pubblico di ieri e di oggi, considerato che continua a riempire i teatri. Mascagni divenne una star nel giro di una sera, mentre un giovanotto di anni 20 tondi tondi, Umberto Giordano, arrivò sesto. Sesto su settantatré: abbastanza lontano dal trionfo, ma non abbastanza da passare inosservato.

Sonzogno, che non difettava di fiuto, notò quello che era sfuggito alla giuria. Decise che quel ragazzo del Regio Conservatorio di Napoli, allora ancora studente, meritava una seconda chance. Marina, l'opera con cui Giordano aveva partecipato al concorso, finì però sotto una pila di titoli che fecero la fortuna del compositore, da Andrea Chénier a Fedora. Poi il manoscritto venne battuto all'asta da Christie's, e di nuovo sepolto con discrezione accademica nella Koch Collection della Beinecke Library di Yale, mescolato ad altre carte, come capita alle promesse mancate. Finché il musicologo Andreas Gies lo ha riscoperto, studiato, rimesso in ordine e infine pubblicato, con quella pazienza da archeologi che ogni tanto restituisce alla storia un tassello dimenticato.

Il 12 e 14 febbraio, al Teatro Dal Verme di Milano, Marina viene finalmente battezzata nell'edizione critica a cura di Gies, per l'81esima Stagione concertistica dei Pomeriggi Musicali, in collaborazione con l'Edizione Nazionale delle Opere di Umberto Giordano / Lim-Libreria Musicale Italiana. Un'esecuzione in forma di concerto che sarà anche registrata dall'etichetta discografica Decca. Nel cast due nomi potenti: quelli del soprano Eleonora Buratto, nel ruolo del titolo, e Freddie De Tommaso in quello di Giorgio.

L'opera rinasce, come un'araba fenice proprio nel teatro che più di ogni altro è legato al Verismo, filone cui appartiene Marina. Il Dal Verme, voluto dal conte che gli diede il nome, fu la tana ideale per questi drammoni, nonché alternativa intelligente al teatro massimo della città, da vera Scala off. Scala che era il feudo dell'editore Ricordi, che a sua volta si era assicurato i migliori operisti del tempo, Giuseppe Verdi in testa. Il Dal Verme puntava sui compositori under 30, lanciò, per esempio, uno sconosciuto Giacomo Puccini che si presentava con l'opera - Le Villi - stroncata al concorso Sonzogno. Le Villi veniva allestita nel maggio 1884 grazie a una sottoscrizione di privati disposti a finanziare il progetto, proprio come moderni angel investor che aprono un fondo per sostenere la start up del giovane promettente. Il successo fu tale che Le Villi venne ripresa a Torino e poi alla Scala. Puccini entrava nella scuderia dell'editore Ricordi. E poiché a pensar male si fa peccato, ma talvolta si indovina, pare che Ricordi avesse fatto di tutto per non far vincere Puccini alla prima edizione del Concorso Sonzogno, così da tenerselo tutto per sé.

Per dire che le edizioni di quel Sanremo d'Ottocento furono contrassegnate da scaramucce varie e guerre tra editori combattute a colpi di giuria, sussurri e strategie degne del backstage di un X Factor ottocentesco. Verità o leggenda? Forse entrambe. Resta il fatto che quel talent lirico di fine Ottocento continua a produrre effetti collaterali. Come in questo caso, sotto forma di ritorni tardivi.

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