Cultura e Spettacoli

De Gregori, i sessant'anni dell'«uomo che cammina sui pezzi di vetro»

Un libro di Claudio Fabretti esplora il repertorio del cantautore romano in occasione del suo compleanno. Un corpus che, pure tra alti e bassi di ispirazione, si pone come "commedia umana" sospesa tra pubblico e privato e impreziosita da un lessico ricercatissimo

Francesco De Gregori compie sessant'anni, ma poco importa. Al cantautore che più di tutti ha alimentato l'aristocratica leggenda di un distacco dalla vita di tutti giorni, dalle umane miserie, dalla civiltà dell'apparire, la carta di identità deve apparire come la tessera magnetica di una stanza d'albergo: basta che funzioni, i suoi codici non ti interessano. L'anniversario tondo e in odore di saggezza, che sarà celebrato lunedì 4 aprile, porterà inevitabilmente le sue brave celebrazioni, ma la vita del «Principe» dei cantanti italiani (sappiamo che lui preferisce questa dizione a quella più intellettualistica di cantautore) non è abbastanza avvincente per una biografia. Così Claudio Fabretti, giornalista e direttore di una delle più seguite «webzine» musicali italiane, OndaRock, ha scelto di raccontare i sei decenni di De Gregori attraverso il suo fitto canzoniere, nel libro Tra le pagine chiare e le pagine scure, verso tratto da Rimmel, una delle più note canzoni della fase più feconda della sua interminabile ispirazione, quella della metà degli anni Settanta, quando piaceva dire che le sue opere erano enigmatiche.
Il volume di Fabretti (Arcana edizioni, collana Songbook, 300 pagine, 18,50 euro) esplora il repertorio di De Gregori scegliendo un percorso tematico piuttosto che cronologico, anche se naturalmente le tappe cruciali della carriera del cantante romano, i suoi alti e bassi (gli inizi al Folkstudio, i primi successi, il concerto al Palalido di Milano trasformato in processo all'artista dagli autonomi, il sodalizio con Lucio Dalla) sono ben raccontate. Ma quello che si privilegia nel lettore è scandagliare attraverso le tematiche degregoriane la summa di un'opera che si rivela fondamentale per comprendere l'Italia degli ultimi quattro decenni e che ha lasciato il segno anche da un punto stilistico, essendo ormai assodato che la ricerca linguistica e poetica di De Gregori ha influenzato tutte le generazioni successive di autori di testi per canzoni.
Fabbretti analizza con il piglio dell'umile esegeta un corpus che va inserito certamente tra le produzioni letterarie e musicali più sensibili degli ultimi anni. De Gregori è sempre stato considerato un cantautore politico, e questo è vero come è vero che tutto è politica, l'amore, l'America, la povertà, il viaggio, la letteratura, l'emigrazione, le tante sconfitte e le poche vittorie. Da Atlantide («Lui adesso vive nel terzo raggio/ dove ha imparato a non fare più domande del tipo:/ "conoscete per caso una ragazza di Roma/ la cui faccia ricorda il crollo di una diga?"») alla sorprendentemente attuale Viva l'Italia, che pure all'epoca fu tra gli episodi meno compresi della sua opera («Viva l'Italia/ l'Italia del 12 dicembre / l'Italia con le bandiere/ l'Italia nuda come sempre/ l'Italia con gli occhi aperti nella notte triste/viva l'Italia/ l'Italia che resiste») è un susseguirsi di immagini visionarie, spesso cinematografiche, di frasi toccanti spesso trasformate in slogan e cliché un po' controvoglia, di sentimenti sospesi. Un'opera che guardata con gli occhi di oggi - De Gregori continua a lavorare con rigore e cura da artigiano, ma l'ispirazione è certo meno folgorante di un tempo - appare possedere un respiro universale, gonfia di un umanesimo laico che si ciba di ogni sofferenza e ingiustizia aspirando al loro superamento. C'è ancora tanto bisogno di De Gregori, anche ora che è un uomo di mezza età con tante cose da dire e un po' troppo pudore per quest'epoca oscena.

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