De Mauro, Contrada indagato come «depistatore», ma non era ancora 007

Dopo l'assoluzione di Riina, la corte ha trasmesso al pm Ingroia gli atti per indagare per falsa testimonianza alcuni testimoni, tra cui l'ex poliziotto, che però passò al Sisde nel 1982. L'ipotesi è che l'inchiesta sulla scomparsa del giornalista nel 1970 fu inquinata dai servizi.

Al Sisde entrò solo nel 1982, dodici anni dopo il rapimento con relativo omicidio di Mauro De Mauro, il giornalista de L'Ora sequestrato sotto casa, a Palermo, nel settembre del 1970 e mai ritrovato. Dunque non era ancora nei ranghi di quei famigerati e non meglio identificati servizi che avrebbero inquinato l'inchiesta, come sostiene ora la nuova tesi dell'accusa, che col pm di Palermo Antonio Ingroia vuol mettere su un nuovo dibattimento. Eppure Bruno Contrada, l'ex 007 che sta scontando dieci anni (pm del processo di primo grado è stato proprio lo stesso Ingroia) per concorso esterno in associazione mafiosa si ritrova tra gli indagati per falsa testimonianza che avrebbero a vario titolo contribuito a depistare l'inchiesta su quel delitto ancora senza colpevoli dopo 41 anni. Il perché si conoscerà probabilmente solo quando le motivazioni della sentenza che ha mandato assolto il capo dei capi di Cosa nostra saranno depositate.
È stata la corte, che qualche giorno fa ha assolto l'unico imputato del processo, Totò Riina, a trasmettere al Pm i verbali per procedere per falsa testimonianza nei confronti di Contrada, , dei giornalisti Pietro Zullino e Paolo Pietroni, all'epoca redattori di Epoca, dell'avvocato Giuseppe Lupis, uomo legato ai servizi segreti, e di Domenico Puleo, che avrebbe distrutto il nastro sul quale era registrato l'ultimo intervento pubblico di Enrico Mattei, il presidente dell'Eni morto sull'aereo sabotato il 26 ottobre 1962 e caduto a Bascapè (Pavia).
Al processo De Mauro l'ex 007 è stato ascoltato come testimone, perché molti rapporti di polizia di quell'inchiesta portavano la sua firma. Nella sua deposizione Contrada ha ricostruito i vari filoni d'indagine seguiti. Compresa la cosiddetta «pista Mattei», individuata subito perché De Mauro aveva avuto un incarico dal regista Francesco Rosi, per la sceneggiatura del film sulla misteriosa morte del presidente dell'Eni. Secondo l'accusa, il filone fu accantonato in seguito a una riunione tra investigatori ed esponenti dei servizi avvenuta a Palermo. A fare riferimento riguardo la misteriosa riunione fu il pm Ugo Saito, che ne parlò con i Pm di Pavia che indagavano sul caso Mattei. L'ex sostituto procuratore riferì di aver appreso dall'allora capo della mobile Boris Giuliano che la decisione di chiudere le indagini sul giornalista fu presa nel corso di una riunione a Villa Boscogrande alla presenza di uomini dei servizi segreti. Ipotesi confermata da Elda Barberi, vedova del giornalista, che il 14 giugno del 2006, in aula ha dichiarato: «Boris Giuliano mi disse che nel corso di una riunione era venuto qualcuno da Roma per affossare l'indagine sulla scomparsa di mio marito».
Ma Contrada che con Boris Giuliano (ucciso nel 1979), seguiva quell'indagine, ha negato sia di saper qualcosa di quella misteriosa riunione sia di avervi partecipato: «Non mi è stato mai chiesto di abbandonare la pista Mattei nelle indagini sulla scomparsa del giornalista Mauro De Mauro. Fummo convinti a lungo che De Mauro fosse stato ucciso perché, nel cercare di ricostruire gli ultimi mesi di vita di Mattei su incarico del regista Francesco Rosi che doveva girare un film sul presidente dell'Eni, avesse scoperto qualcosa di clamoroso che poteva avere risvolti politici ed economici nazionali ed internazionali».
Tuona il difensore di Contrada, l'avvocato Giuseppe Lipera: «Siccome non dubitiamo che Contrada abbia detto circostanze non veritiere, seppur per fatti risalenti a 41 anni fa manifestiamo sin d'ora il nostro disappunto e comunque la curiosità di leggere la motivazione della sentenza De Mauro Un fatto è certo - osserva l'avvocato Lipera - ancora ombre e ancora dubbi, tanto si insinua, costantemente da 19 anni contro Contrada. E ciò non è giusto. Allora abbiamo ragione noi quando chiediamo che si faccia la revisione del processo Contrada».