Delbono, spunta un nuovo reato: pressioni su Cinzia perché tacesse

nostro inviato a Bologna

Ma che fa Flavio Delbono? Si dimette o no? A Bologna non ci si capisce più nulla. Nei bar la gente sfoglia sbalordita le pagine del Carlino. In campagna elettorale il futuro sindaco resiste a testa alta alle accuse dall’avversario, e lo querela. Viene eletto a furor di popolo. Quando i pm approfondiscono le indagini nega anche l’evidenza. Viene interrogato e assicura di avere la coscienza immacolata di un neonato. Proclama che non si dimetterà neppure se lo mandassero sotto processo. Ma due giorni dopo ci ripensa e annuncia le maledette dimissioni. Che però non firma. Tutto fermo, tutto incerto.
Nello stordimento generale passano quasi in secondo piano gli sviluppi dell’inchiesta giudiziaria. E ieri è stata un’altra giornata nera per Delbono, che ha collezionato un quarto capo d’imputazione dopo quelli di peculato, abuso d’ufficio e truffa aggravata per le vacanze con l’amante a spese della Regione. La nuova accusa è legata agli ultimi recenti incontri con l’ex compagna Cinzia Cracchi, tutti avvenuti alla presenza di testimoni. Lei ha raccontato alla pm Morena Plazzi che Delbono le chiese di restituirgli il bancomat e di abbassare i toni delle sue dichiarazioni in cambio di favori (soldi, nuovo lavoro, un’auto).
In uno di questi faccia a faccia, Cinzia ha ricevuto una busta gialla con cinquemila euro dalle mani di Luisa Lazzaroni, assessore comunale al Welfare. Lui dice che era stata lei a insistere di vedersi per chiedere denaro, lei il contrario, la Lazzaroni ha confermato in procura di aver consegnato la busta ignorandone però il contenuto. Sembra che il racconto della Cracchi sia più credibile di quello del suo ex, perché il magistrato ha indagato Delbono ipotizzando che abbia indotto Cinzia a rilasciare dichiarazioni mendaci. Un’accusa pesante, che adombra minacce e ricatti. «Accusa inconsistente - ha ribattuto il legale del sindaco, l’avvocato Paolo Trombetti - ormai il “Cinzia-gate” è un circo».
Ma la polemica che tiene banco è quella sulle dimissioni fantasma. I tempi sono stretti: se Delbono lascia, il governo è pronto a varare un decreto legge per votare assieme alle Regionali evitando così un anno abbondante di commissariamento (fino alla primavera 2011). Ci vuole però l’accordo di tutti i partiti. Che lunedì è arrivato, a parole. Martedì sono cominciati i distinguo, a partire da quello di Pier Luigi Bersani («esistono problemi tecnici e costituzionali da garantire, questioni complesse»). Nemmeno ieri si è vista la lettera di dimissioni firmata. C’è da votare il bilancio. C’è da «monitorare le attività amministrative, come i contratti con privati e aziende» (vicesindaco pd Claudio Merighi). C’è da assicurare il bene della città minacciato da un’eventuale «chiusura incontrollata dell’attività amministrativa». Saltano fuori mille appigli che costringono il povero Delbono a portare ancora la sua croce. E ieri sera ci si è messo pure il sistema di voto elettronico del consiglio comunale, saltato al momento di approvare il bilancio.
Tutti ripetono che vogliono votare subito, che non si può lasciare una città come Bologna per un anno in mano a un commissario prefettizio, che ci vuole l’election day eccetera. Prima però Delbono deve lasciare. E lui non lascia perché dal partito gli dicono di non farlo. Perché c’è troppo poco tempo per trovare il candidato giusto. Perché non si riesce a fare le primarie. Perché se si abbinano le comunali alle regionali c’è il rischio che perda voti anche Vasco Errani. E allora prendiamo tempo, puntiamo a votare «entro l’estate». Il bene del Pd prevale su quello della città. La melma lasciata dalla nevicata è lo specchio della palude in cui si sta impantanando Bologna.
C’è grande agitazione nel Pd, alimentata anche dall’intervista di Sergio Cofferati al Corriere della sera. «Pare di capire che il lavoro della magistratura si collochi su un orizzonte più vasto dei meri rapporti intercorsi fra due persone», ha detto il predecessore di Delbono oggi eurodeputato pd, che si domanda «se gli episodi di cui si parla prefigurino una idea di gestione della rappresentanza di un singolo o se invece si collochino in un quadro di sistema». Cofferati fa capire che la caduta di Delbono potrebbe anticipare il crollo di un intero sistema di potere rosso. È intervenuto Errani a difendere la regione e il suo buon governo.
Le manfrine in casa pd hanno fatto reagire il centrodestra: «Il sindaco ci prende in giro», dice il leghista Manes Bernardini. E il coordinatore regionale del Pdl, Filippo Berselli, denuncia «la responsabilità politica del Pd che preferirebbe il commissariamento al voto perché teme il responso delle urne».
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