Le note a margine al discorso di San Silvestro del presidente Mattarella sugli ottant'anni della Repubblica scritte da Luigi Tivelli su queste colonne hanno sottolineato due aspetti non toccati dal capo dello Stato: i partiti e la legge elettorale.
Nel passaggio dalla Prima alla Seconda repubblica sono scomparsi tutti i partiti che esistevano fin dalla notte dei tempi cioè dal passaggio dal fascismo alla democrazia e si sono moltiplicate le leggi elettorali con una miscela poco razionale di proporzionale e maggioritario.
Tutto ciò mentre in altri Stati europei Inghilterra, Germania, Francia ci sono ancora i partiti "tradizionali" e lo stesso sistema elettorale da decenni (in Inghilterra la legge elettorale è la stessa, addirittura, da due secoli: l'uninominale).
Ogni Paese, del resto, ha la sua storia ma il "caso italiano" è un po' diverso. Per metterlo a fuoco al meglio è necessario allargare lo sguardo a tutta la vicenda storica dello Stato nazionale. Infatti, non è possibile dividere la storia patria a fette e prendere solo la fetta che ci piace. L'Italia è una anche se le forme di Stato nella sua storia sono state due: la monarchia costituzionale e la repubblica parlamentare, più una dittatura.
Ora, se guardiamo la storia nazionale nel suo insieme notiamo che la costante è data da sistemi di governo o blocchi di potere che, essendo privi di alternanza, vanno incontro a una drammatica caduta finale.
Così è stato nel passaggio dallo Stato liberale al fascismo, così è avvenuto nella transizione dal regime mussoliniano alla Repubblica e così si è di nuovo verificato con la nascita della Seconda repubblica con la caduta rovinosa della Prima.
La costante del sistema e dello schianto finale si giustifica col fatto che il blocco di potere è sempre privo di un ricambio istituzionale che è il cuore di ogni democrazia matura: nello Stato liberale non vi era ricambio perché lo Stato nazionale era appena nato e allo Stato non corrispondeva la nazione; con la dittatura non vi era ricambio per definizione; nella Prima repubblica vi era la Guerra fredda e il fattore K. E nella Seconda repubblica? Ecco, qui veniamo al punto vero della questione degli ottant'anni repubblicani: può nascere, finalmente, in Italia la democrazia dell'alternanza?
Quando si è passati dalla Prima alla Seconda repubblica ci si sperava ma gli ex comunisti, che pensavano d'avere la vittoria in tasca con la "gioiosa macchina da guerra" di Occhetto, persero le elezioni e subito iniziarono a demonizzare Silvio Berlusconi il Cavaliere Nero con l'accusa di fascismo.
Sono passati più di trent'anni, gli esperti dicono che non siamo più nella Seconda ma nella Terza repubblica, ma la sinistra ogni volta che perde le elezioni ricorre alla stessa solfa: c'è il pericolo fascista. Ciò accade per strumentali ragioni politiche e giudiziarie, certamente; ma esiste anche una ragione più profonda che riguarda la storia d'Italia: la sinistra crede di esserne la proprietaria e l'unica legittima interprete.
Propriamente è questa che si chiama "egemonia" ma è, ormai, un'egemonia farlocca smentita a più riprese dalla critica, dalla politica, dagli italiani e dalla stessa storia nazionale.
Se gli ottant'anni della
Repubblica hanno un senso non può che essere questo: lasciare alle ortiche le storiografie di partito false e bugiarde e credere fermamente nella democrazia dell'alternanza.Altrimenti, prima o poi ci schiantiamo un'altra volta.