Deserto dei Tartari all’assemblea del Pd: presente uno su 5

«Mi sento offeso a essere stato convocato alle nove per trovare venticinque persone... ». Assemblea provinciale del Pd metropolitano milanese, centinaia di sedie vuote nell’auditorium di via Corridoni dove giganteggia tristemente la scritta «Costruiamo insieme il nostro partito». A sentirsi «offeso» dall’aria di smobilitazione è Filippo Caputo, esponente dell’esecutivo provinciale, che si lamenta dal palco come fanno molti prima e dopo di lui. «Il nostro spauracchio è che nel giro di un anno saremo ancora meno della somma di Ds e Margherita» aggiunge sconfortato Giuseppe Meroni, esponente dell’area Bindi. Va giù ancora più pesante Alberto Mattioli, vicepresidente della Provincia e esponente dell’area cattolica: «La modesta presenza di stamani non è un bel segnale. Rischiamo un esodo silenzioso dal Pd».
Malumori centristi. Ma sull’assemblea aleggia anche il fantasma del radicalismo di piazza di Antonio Di Pietro, con il timore che la lista dell’ex Pm alle amministrative porti via altri voti al Pd. «C’è un clima di smarrimento, siamo finiti in un cono d’ombra e la paura è che Di Pietro arrivi al dieci per cento» dice Caputo. Si interroga sul senso della manifestazione del 25 ottobre: «Attendo messaggi chiari, temo che serva solo per l’accertamento in vita».
Ad animare la giornata un battibecco tra Filippo Penati (che ha portato il saluto ai lavori del Pd) e l’ex ministro Barbara Pollastrini, proprio sul tema della manifestazione antigovernativa. «A differenza di Penati credo che momenti corali come la grande manifestazione di sabato 25 diano forza ed energia» arringa dal palco la Pollastrini, che invita a trovare valori alternativi a quelli del Pdl: «Tremonti ha Dio, Patria, famiglia. Noi dobbiamo proporre i nostri, come laicità, libertà e solidarietà». Penati ha ribadito le perplessità sulla manifestazione del 25 ottobre, che arriva nel pieno della crisi economica: «Sarò presente e ovviamente bisognerà fare il possibile perché riesca ma si poteva evitare di deciderla con tanto anticipo perché adesso il clima è diverso».
Alle primarie dello scorso anno erano stati eletti per l’assemblea provinciale quattrocento membri, alla chiamata di ieri mattina hanno risposto in poche decine, ottanta in tutto nei momenti di picco. La discussione a tratti diventa surreale, come quando la garbata regia del segretario provinciale, Ezio Casati, chiede cinque minuti di sospensione per discutere «un subemendamento all’emendamento generale», neanche si fosse in Parlamento alle prese con la finanziaria. Invece si tratta di decidere le regole per eleggere il coordinatore cittadino del Pd. Al momento i candidati sono tre, tutti bocconiani: Stefano Draghi, Davide Corritore e il trentenne ricercatore Stefano La Forgia.
La discussione, lontanissima dal clima delle primarie, è tutta sulle regole interne.

«Un passaggio necessario, per carità, ma adesso smettiamo di discutere sui regolamenti e affrontiamo i nodi politici» commenta il consigliere regionale Franco Mirabelli. Insiste Caputo: «Casati ha il mio pieno sostegno, ma il Pd di Milano non può permettersi il lusso di perdere una giornata a discutere del sesso degli angeli».

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